Sull’intervista alla signora Gelmini, ministro della repubblica, sulla sua recente maternità.
Molte polemiche sono state fatte sulla scelta delle parole e sui contenuti delle risposte della signora Gelmini.
Come spesso accade nelle interviste le posizioni non sono chiarite, ma dire “stare a casa in congedo dopo il parto è un privilegio”, mi sembra che non smentisca in nulla il fatto che in Italia sia (o meglio dovrebbe essere) un diritto.
In tante parti del mondo questo diritto le donne non l’hanno, da questo punto di vista è un privilegio.
In altri tempi anche in Italia le donne non l’avevano, da questo punto di vista è un privilegio.
Chi lavora in nero non può esercitare questo diritto, anche da questo punto di vista può essere considerato un privilegio di chi ha un lavoro “in bianco”.
Che poi la Gelmini volesse fare la “pittima” nel senso che lei “poveretta” non può usufruirne in quanto a un politico che manchi dalla scena “fanno le scarpe” è quello che mi auguro per l’Italia.
La signora Gelmini accenna anche al fatto che "bisogna accettare di fare sacrifici", peccato che a fare i sacrifici debbano essere sempre certi gruppi sociali (non sembra più sia opportuno parlare di classi sociali) il liberismo propugnato dal partito del ministro (forse sarebbe più proprio parlare di capitalismo di rapina) che vuole la manodopera muoversi verso i settori economici e geografici più profittevoli, dopo avere smantellato la grande famiglia contadina di un tempo, (patriarcale o matriarcale che fosse) con l'emigrazione ha attaccato anche quella nucleare, costringendo a lunghi viaggi pendolari le/i lavoratrici/ori, aumentando i ritmi di lavoro e il ricorso agli straordinari, diminuendo quindi qualità e quantità del tempo dedicabile alla famiglia costringendo nei fatti a delegare l'educazione dei figli alla televisione. Invece della scampagnata del primo Maggio si passa la giornata al centro commerciale, aperto per la bisogna.
Di quali sacrifici parla Ministro?
Quando i raccolti andavano male, nelle società agropastorali europee e non solo, si uccideva il re, secondo metodologie diverse ma riconducibili a un medesimo significato, le elezioni "democratiche", con la tanto millantata alternanza ( e lo spoil sistem), dovrebbero avere il medesimo senso di allontanare dal potere, se non di cancellare, una classe dirigente che non ha dato buona prova di sé, l'allungamento della durata della vita e il condizionamento dei media sulla pubblica opinione hanno gravemente mutilato l'efficacia del sistema a ciò sembra che solo il terrorismo cerchi di dare una risposta. Che sia davvero il solo modo di cambiare una classe dirigente corrotta e inefficiente? Sarebbe triste dover rispondere di sì.
giovedì, maggio 06, 2010
martedì, maggio 04, 2010
Hotel Terra di Gallura
Un simpatico piccolo hotel con 4 stelle a Budoni, ultimo paese sulla costa verso Sud in provincia di Olbia Tempio, un tempo era il primo a Nord in provincia di Nuoro.
L'hotel è arredato con semplicità e quel gusto vagamente provenzale che da qualche anno si è diffuso in Sardegna, dando origine a degli equivoci sulle capacità degli imbianchini e dei decoratori, visto che è caratterizzato non più solo dal dare sfumature sui bordi delle pareti, come se fossero stinti dal tempo, ma addirittura nel tinteggiare le case con colori vivaci, a chiazze, come se la casa fosse stata tinteggiata in più riprese, da persone diverse che, a spanne, cercassero di riprendere la tinta, ma senza convinzione. Nel caso dell'hotel in questione la cosa è per fortuna limitata alla vecchia moda dello scolorimento.
Nell'hotel si può fare colazione in una bella veranda esposta a Ovest, le brioches sono buone e fresche, c'è una certa varietà di frutta, fresca e cotta, e di biscotti e una semplice torta casalinga, yogurt e cereali, nonché qualche fetta di prosciutto e formaggio, la caffetteria è espressa, ma attenzione! è necessaria una certa attenzione nel muoversi, infatti i tavolini sono imbanditi con tovaglie vittoriane che toccano terra abbondantemente, non è difficile impigliarvi i piedi e rovesciarsi addosso il tutto. Inutile che cominciate a ridere a me non è successo, anche se ci è mancato poco.
Purtroppo non mi risultano camere con balconi, esiste però una piccola veranda con qualche poltrona davanti all'atrio, che è molto spazioso, ma abbastanza inutile, in quanto manca di qualunque cosa possa invitare a fermarcisi, ad es. libri o riviste o cartine della zona, nulla che possa indurre alla socializzazione, un enorme televisore è posto a 1,5 metri da due poltrone lungo un corridoio.
I televisori nelle camere sono di dimensioni ragionevoli e posti in posizione comoda, il bagno della mia camera aveva la finestra ed era spazioso a sufficienza.
La spiaggia è raggiungibile con una passeggiata di 15 minuti che usciti in poco dal paese attraversa una zona acquitrinosa che ospita cavalieri d'Italia, garzette, cormorani e altri uccelli acquatici, si traversa poi una stretta pineta e una striscia di dune sabbiose prima di giungere al mare, i mesi della primavera Aprile e Maggio sono quelli in cui si può godere al meglio del rigoglio della vegetazione, dei profumi e dei colori delle diverse fioriture.
L'hotel è convenzionato con un ristorante dei dintorni che pratica uno sconto, scorrendo il menù abbiamo letto: spaghetti di Gragnano con le arselle, quindi li abbiamo ordinati. Purtroppo, forse a causa di una festa nel salone interno, al cuoco è scappata la cottura, così, nonostante un delicatissimo lonzino con soncino e pecorino fresco, non ci siamo più tornati, anche perchè abbiamo scoperto dove andavano a mangiare gli indigeni: in un ristorante che non si curava neppure di accendere l'insegna, ma era comunque sempre frequentato, " Su Gustu", trovatevelo se volete.
L'hotel è arredato con semplicità e quel gusto vagamente provenzale che da qualche anno si è diffuso in Sardegna, dando origine a degli equivoci sulle capacità degli imbianchini e dei decoratori, visto che è caratterizzato non più solo dal dare sfumature sui bordi delle pareti, come se fossero stinti dal tempo, ma addirittura nel tinteggiare le case con colori vivaci, a chiazze, come se la casa fosse stata tinteggiata in più riprese, da persone diverse che, a spanne, cercassero di riprendere la tinta, ma senza convinzione. Nel caso dell'hotel in questione la cosa è per fortuna limitata alla vecchia moda dello scolorimento.
Nell'hotel si può fare colazione in una bella veranda esposta a Ovest, le brioches sono buone e fresche, c'è una certa varietà di frutta, fresca e cotta, e di biscotti e una semplice torta casalinga, yogurt e cereali, nonché qualche fetta di prosciutto e formaggio, la caffetteria è espressa, ma attenzione! è necessaria una certa attenzione nel muoversi, infatti i tavolini sono imbanditi con tovaglie vittoriane che toccano terra abbondantemente, non è difficile impigliarvi i piedi e rovesciarsi addosso il tutto. Inutile che cominciate a ridere a me non è successo, anche se ci è mancato poco.
Purtroppo non mi risultano camere con balconi, esiste però una piccola veranda con qualche poltrona davanti all'atrio, che è molto spazioso, ma abbastanza inutile, in quanto manca di qualunque cosa possa invitare a fermarcisi, ad es. libri o riviste o cartine della zona, nulla che possa indurre alla socializzazione, un enorme televisore è posto a 1,5 metri da due poltrone lungo un corridoio.
I televisori nelle camere sono di dimensioni ragionevoli e posti in posizione comoda, il bagno della mia camera aveva la finestra ed era spazioso a sufficienza.
La spiaggia è raggiungibile con una passeggiata di 15 minuti che usciti in poco dal paese attraversa una zona acquitrinosa che ospita cavalieri d'Italia, garzette, cormorani e altri uccelli acquatici, si traversa poi una stretta pineta e una striscia di dune sabbiose prima di giungere al mare, i mesi della primavera Aprile e Maggio sono quelli in cui si può godere al meglio del rigoglio della vegetazione, dei profumi e dei colori delle diverse fioriture.
L'hotel è convenzionato con un ristorante dei dintorni che pratica uno sconto, scorrendo il menù abbiamo letto: spaghetti di Gragnano con le arselle, quindi li abbiamo ordinati. Purtroppo, forse a causa di una festa nel salone interno, al cuoco è scappata la cottura, così, nonostante un delicatissimo lonzino con soncino e pecorino fresco, non ci siamo più tornati, anche perchè abbiamo scoperto dove andavano a mangiare gli indigeni: in un ristorante che non si curava neppure di accendere l'insegna, ma era comunque sempre frequentato, " Su Gustu", trovatevelo se volete.
giovedì, aprile 15, 2010
Er pannicello verde

Squasi t'ho vvisto,
ajeri, stavi sur Gianicolo,
pensoso,
nun pensavi davero,
eri pensoso ebbasta,
mo' pari sturbato,
sto verde sur pannicello non t’aggrada,
che 'te devo dì, io te capisco,
er doppiopetto e la panzetta,
cor verde ner taschino non c'azzecca,
er doppiomento e la faccia de furetto,
tutto per non pare na checca,
ma fatte scosto, làssali sta',
lassa che se fàcino de lampade,
lassa che sembrino de coccio,
de coccio come’r pitale,
nonno lo teneva affianco ar letto,
così la notte drentro ce pisciava,
cor fazzoletto poi se r'asciugava,
a me che je chiedevo:
A che te serve sto fazzoletto verde?
Lui serio: Er rubbinetto perde!
Così se 'r verde non taggrada
pensa che, forse, a quarchedduno serve!
Bernardo d’Aleppo
Milano 5 Aprile 2010
Ero a Smolensk ho visto tutto
Ero a Smolensk ho visto tutto…
Io sono un poco, poco, polacca,
ma sono anche un poco italiana,
sverno ed estivo di qua e di là,
ero felice, quel giorno, contenta
volavo leggera, volavo lontano,
pesante, la neve, copriva il piano,
il piano immenso, su cui la nebbia
poggiava densa.
Io sono un'oca,
ma ho visto tutto,
io sono un'oca,
non sono scema,
ho visto l'angelo vendicatore,
forte afferrare quel trimotore,
piegarlo lesto verso quel ramo,
guidato dal gesto imperioso,
possente, di una gran mano
che, dal supremo cielo, lontano,
in un istante tutto decise.
Che fosse forse d'un dio romano,
quella gran mano onnipotente,
non potrei dirlo senza incertezza,
certo è calata come una scure,
sulla politica e sulla monnezza.
Sarà un avviso o solo un caso?
Nessuno ancora può aver certezza,
di quanto Giove o chi per lui,
si sia impegnato per la bellezza
della giustizia, dell'onestà.
Forse un diluvio sommergerà
pur tutta quanta l'umanità,
ladri furbi e ladri cretini,
potenti laidi e porcellini,
leccapiedi lesti e pugnaci,
giornalisti vili e mendaci,
avvocati e procuratori,
lestofanti e corruttori,
tutti quei che non han visto,
non volevano vedere,
preti, vescovi, prelati,
papi, giudici e relati.
Non rimarranno che uccelli marini
per definire i nuovi confini,
quando le terre si asciugheranno,
del bene e del male, del bello e del brutto,
un mondo di oche, gabbiani e pinguini.
Milano 11 Aprile 2010
Io sono un poco, poco, polacca,
ma sono anche un poco italiana,
sverno ed estivo di qua e di là,
ero felice, quel giorno, contenta
volavo leggera, volavo lontano,
pesante, la neve, copriva il piano,
il piano immenso, su cui la nebbia
poggiava densa.
Io sono un'oca,
ma ho visto tutto,
io sono un'oca,
non sono scema,
ho visto l'angelo vendicatore,
forte afferrare quel trimotore,
piegarlo lesto verso quel ramo,
guidato dal gesto imperioso,
possente, di una gran mano
che, dal supremo cielo, lontano,
in un istante tutto decise.
Che fosse forse d'un dio romano,
quella gran mano onnipotente,
non potrei dirlo senza incertezza,
certo è calata come una scure,
sulla politica e sulla monnezza.
Sarà un avviso o solo un caso?
Nessuno ancora può aver certezza,
di quanto Giove o chi per lui,
si sia impegnato per la bellezza
della giustizia, dell'onestà.
Forse un diluvio sommergerà
pur tutta quanta l'umanità,
ladri furbi e ladri cretini,
potenti laidi e porcellini,
leccapiedi lesti e pugnaci,
giornalisti vili e mendaci,
avvocati e procuratori,
lestofanti e corruttori,
tutti quei che non han visto,
non volevano vedere,
preti, vescovi, prelati,
papi, giudici e relati.
Non rimarranno che uccelli marini
per definire i nuovi confini,
quando le terre si asciugheranno,
del bene e del male, del bello e del brutto,
un mondo di oche, gabbiani e pinguini.
Milano 11 Aprile 2010
De la Napoleonica
Zò, sora el mar
Svola un cocal.
No, xe una busta,
La bora la frusta.
La sali e la scendi,
Col mar se confondi,
Con schiuma de onde,
Che intorno fa ronde.
La sali, la svola,
Nuvola nova,
Desmentega i mari,
In zielo la sali,
L'apari e scompari.
Lontan, più lontani.
Traduzione in italiano:
Giù sul mare
Vola un gabbiano.
No, è una busta,
Che la bora frusta.
Sale e scende
Col mar si confonde,
Con la schiuma delle onde,
Che intorno fanno ronde.
Nuvola nuova,
Dimentica i mari
In cielo sale,
Appare e scompare.
Lontano, più lontano.
Milano 21 Marzo 2010
Svola un cocal.
No, xe una busta,
La bora la frusta.
La sali e la scendi,
Col mar se confondi,
Con schiuma de onde,
Che intorno fa ronde.
La sali, la svola,
Nuvola nova,
Desmentega i mari,
In zielo la sali,
L'apari e scompari.
Lontan, più lontani.
Traduzione in italiano:
Giù sul mare
Vola un gabbiano.
No, è una busta,
Che la bora frusta.
Sale e scende
Col mar si confonde,
Con la schiuma delle onde,
Che intorno fanno ronde.
Nuvola nuova,
Dimentica i mari
In cielo sale,
Appare e scompare.
Lontano, più lontano.
Milano 21 Marzo 2010
Le lune del nostro amore
Scrivono, amore,
scrivono gli anni,
in lettere minute,
sui nostri visi,
i ricordi dei pianti,
le tracce dei sorrisi,
quelle dei sonni inquieti.
Sono trame sottili,
sono rughe diffuse,
dove cede la trama
combattono le creme
battaglie globali.
Poi d'incanto un orgasmo
mostra l'adolescente,
nel momento del chiasmo
dei nostri godimenti,
prima che la gravità
vinca su quegli istanti,
mostrando la nostra età,
presunta dalle lune,
dai pianeti, distanti.
Milano 14 Aprile 2010
scrivono gli anni,
in lettere minute,
sui nostri visi,
i ricordi dei pianti,
le tracce dei sorrisi,
quelle dei sonni inquieti.
Sono trame sottili,
sono rughe diffuse,
dove cede la trama
combattono le creme
battaglie globali.
Poi d'incanto un orgasmo
mostra l'adolescente,
nel momento del chiasmo
dei nostri godimenti,
prima che la gravità
vinca su quegli istanti,
mostrando la nostra età,
presunta dalle lune,
dai pianeti, distanti.
Milano 14 Aprile 2010
giovedì, aprile 01, 2010
Azienda Ospedaliera San Paolo Milano
Quando ci si rivolge a qualcuno con il lei e costui/costei ci risponde, senza avercene chiesto licenza con il tu, c'è qualche altra possibilità oltre alla supponenza, alla maleducazione?
Ho insegnato circa venticinque anni nei licei d'Italia dando del lei ai miei studenti e ora trovo una dottoressa di una trentina d'anni, la metà dei miei, che mi chiama "Tesoro" ("aihmé fuor dall'alcova", se può essere scorretta lei posso esserlo anch'io, o no?), nei corridoi dell'Ospedale San Paolo che si fregia del motto: "Curare e insegnare a curare".
Che dire? L'Ospedale diede cattiva prova di sé riguardo alla prima parte del suo motto: "CURARE", visto che dopo avermi fatto venire un trombo al braccio durante una donazione, mi ha chiesto di pagare il ticket per fare l'ecodoppler, ma anche il modo in cui ha scelto e formato i suoi collaboratori (INSEGNARE A CURARE) mi sembra lasci alquanto a desiderare se non si rispetta "in primis" il paziente come persona.
Ho insegnato circa venticinque anni nei licei d'Italia dando del lei ai miei studenti e ora trovo una dottoressa di una trentina d'anni, la metà dei miei, che mi chiama "Tesoro" ("aihmé fuor dall'alcova", se può essere scorretta lei posso esserlo anch'io, o no?), nei corridoi dell'Ospedale San Paolo che si fregia del motto: "Curare e insegnare a curare".
Che dire? L'Ospedale diede cattiva prova di sé riguardo alla prima parte del suo motto: "CURARE", visto che dopo avermi fatto venire un trombo al braccio durante una donazione, mi ha chiesto di pagare il ticket per fare l'ecodoppler, ma anche il modo in cui ha scelto e formato i suoi collaboratori (INSEGNARE A CURARE) mi sembra lasci alquanto a desiderare se non si rispetta "in primis" il paziente come persona.
mercoledì, marzo 24, 2010
Pòsdoman voo a Ciass - Racont in milanès, quinta part.
Ai do or num avevom mis a post tuscòss, el Marian el voeureva savè se l’era tutta ona comedia per fagh fa ‘l pittor, ma quand ‘l Toni l’ha dervì la porta la vos ghe andàda via e sem tucc rimast de gess. El Toni ha dì, pianin pianin: -Tutto liscio– ‘l ha scandì -ma quand l’è che savaremm se l’hèmm fada col bus?-
-Poeu vèss– dis el Marian -che on quei cont el gh’àbia giamò l’acredit, ma sicur ga minga la disponibilità, adess vialter me dee ona man che devom portà via el material e poeu, a cà mia, dem on ogiada cont el computer, ti Ernestin te vègnett?-
Mì hoo ciamàa de subit l’Ivana, che l’era andada dal peruchè prima che rivass la pula e già che la gh’era… L’è tornada che la sembrava on pòrtugall, ma mì, che sunt minga on stupid, gh’hoo fa i compliment e l’hoo lissada ben ben e poeu: -Num a vem a cà del Marian a sistemà l’attressadura. ‘Pena che so che gh’hìnn i danè te ciami e te disi che ho ciapàa… La penicillina. Spetem minga in pè stellassa, che la poeu vess longa.-
-Hoo ciapàa GenteViaggi Ernestin, sto gir te scampet nò, se l’è minga ona crociera, la sarà on més in d’on villagg al sol, che voeuri diventà negra me on politic almen ona volta prima de vèss vegia de trà via.-
El Marian mì avevi mai savù doe stess de cà, ma sta mòda di fals d’autor ghe rendeva propri ben se’l podeva tegnì cà in via Apollodoro,Citta Studi, ona cà domà in de per lu: seminterrà, pian terren e prim pian, piscinina, ma cont el giardin.
Num sem andàa prima sot, in laboratorii, a met via la soa roba e poeu in salott, pensavi giamò de met i ciap in poltrona, quand el Marian, cont in man dò Veuve Clicquot:
-Ernestin, menter che mì ciapi ‘l portatil e foo i colegament, te voret rafredà i vedov? In cusina ghe tutt el giass che te voret. -
-Femm: bòlògna, grana e champagne? Ah, gh’hoo nò la bòlògna, te ve ti Toni a ciapàla? Me racumandi ona feta sola, ma spessa on did -
-Meno mal che gh’è el Marian– ghe foo –s’eri adrè a preoccupam che magnarìssom nò. Ma com’è che te gh’hé nò ‘l wireless? -
-Gh’hoo minga de cor in gir per cà cont el computer al col, l’è pussè sicur inscì, ma el Renat com’è che l’è minga ‘rivà?-
-Lassa stà Marian, ch’el Renatin per mì, l’era già chi che vardava la cà de prima che rivassem num, sicur che ‘l sonarà dòpo ch’el torna ‘l Toni.-
* * *
El Toni l’aveva apena scartà la bòlògna che ‘l Renatin el derva la porta e ‘l dis: -Ben, fin chi, l’hèmm fada pulida.-
Sérum tucc setà in poltrona, cunt el computer sul tavolin in mes e i bicer in man, che spettavom che ‘l Marian disess on quaicoss, anca la bòlògna e ‘l grana sembraven ansios, sudà com’eren de guttin de gras, ma domà mì i vardavi e, di tant in tant, ne mangiavi on quei toch.
-L’è inutil che ghe foo refresh,- dis el Marian -el ghe nò, aspetom on quart d’ora. Intant che sem tuch insema gh’hoo de dìv on quaicòss.-
-Menter che spetavi in portineria, hoo pensà che saria sta mej avègh giamò pront tucc i numer de l’IBAN scritt su on file, minga domà i noster, ma anca on quei alter de scorta che, nel cas che la lista la fusse longa, i noster quater sarìen stà minga assè e dopo ghe sarìa minga sta ‘l temp de copià quei de la lista original, sensa sbaglià e fà nass di sospett. Me dispias d’avegh minga pensà de prima, ma l’è inscì. Alura hoo ciapàa, da la posta che gh’era in portineria, di depliant de l’UNICEF, d’Emergency e di alter organisasion del gener che me ricordi nò e hoo copià i numer lor, e meno mal che hoo fa inscì, perchè la lista l’era de quatordes numer, l’ultim hoo copià de la lista original. Anche inscì hemm fa giust in temp prima che rivassen i pulé.-
On silensi pensieros è rimast on quei moment in de la stansa, poeu el Renatin l’ha dì: -Se la va sem compagn de Robin Hood. Alegher!- e l’ha bevu in d’on fià el so bicer.
-Adess, a ogni bon cont, ve stampi di copìi de sta lista, andèmm in ofici.- e disend inscì el Marian se alsa cont la ciavetta in man, e num ghe vem adrè.
Cont i foeuj in man sembravom tri bamba cont di gratta e vinc, el Toni se s’ciariss la vos e ‘l dis: -Hìnn tucc de on milion, nò, men che l’ultima.-
El Marian alora: -Hoo lassà tutt pussè egual che l’era, domà per l’Iban hoo incollà la lista che avevi fàa, ma l’ultim l’ho copiàa istess, ghe l’ho chi.- e la dà a mì.
Mì la vardi, -Marian,- ghe disi –te set on artista, sensa vardà i numer se po’ nò trovà la diferensa. Ma on quart d’ora l’è passàa, andemm a controlà, che chi hèmm de fa nagott.-
Menter che salivom la tension la montava insem ai pè, in salot domà el Renat el s’è setà comod, mì e ‘l Toni erom cont i ciap sospes, menter ch’el Marian, driss in pè, meteva i so numer segret cont el portatil in man sensa fass vedè.
Quand el s’è setà giò hemm vist: “Bonifici in entrata” “1.000.000 euro” mì e ‘l Toni sem finìi in genoucc a fianch de lu.
-E uno- dis el Marian -Adess ghe de vedè se anche i voster ariven, el me cont l’è su l’UBS de Lugan, poeu vess che per on bonifich internasional ghe voeur pussè.-
-Ma alura!- dis el Toni -Mì ghe la fò pu, quand l’è che poeudi tirà ‘l fià?-
-Domà quand ti ha spendù tucc e te podet dà indrè nagott!- dis el Renatin e soleva l’angol del làvor de mes milimeter prima de mangià finalment on toc de bòlògna.
L’è stà quel el brindisi de la serada che me ricordi mej, n’hèmm fa sens’alter ancora, e ancora, hèmm lassà la cà del Marian che ‘l tavol l’era on cimiter, minga domà de vedoe gh’era tutt on campionari.
L’Ivana l’è andada in crociera cont la miè del Toni, mì e lu sem chi che controlum i IBAN per savè a chi hìnn andàa i danè, i alter sembren a post hìnn tucc di organisasion che se conossen, ma ghe n’è vun, che spussa on po, par che l’intestatari sia la “Casa di riposo per artisti italiani “Paul Gauguin”” a Tahiti” e ‘l Marian se troeuva pu.
fine
-Poeu vèss– dis el Marian -che on quei cont el gh’àbia giamò l’acredit, ma sicur ga minga la disponibilità, adess vialter me dee ona man che devom portà via el material e poeu, a cà mia, dem on ogiada cont el computer, ti Ernestin te vègnett?-
Mì hoo ciamàa de subit l’Ivana, che l’era andada dal peruchè prima che rivass la pula e già che la gh’era… L’è tornada che la sembrava on pòrtugall, ma mì, che sunt minga on stupid, gh’hoo fa i compliment e l’hoo lissada ben ben e poeu: -Num a vem a cà del Marian a sistemà l’attressadura. ‘Pena che so che gh’hìnn i danè te ciami e te disi che ho ciapàa… La penicillina. Spetem minga in pè stellassa, che la poeu vess longa.-
-Hoo ciapàa GenteViaggi Ernestin, sto gir te scampet nò, se l’è minga ona crociera, la sarà on més in d’on villagg al sol, che voeuri diventà negra me on politic almen ona volta prima de vèss vegia de trà via.-
El Marian mì avevi mai savù doe stess de cà, ma sta mòda di fals d’autor ghe rendeva propri ben se’l podeva tegnì cà in via Apollodoro,Citta Studi, ona cà domà in de per lu: seminterrà, pian terren e prim pian, piscinina, ma cont el giardin.
Num sem andàa prima sot, in laboratorii, a met via la soa roba e poeu in salott, pensavi giamò de met i ciap in poltrona, quand el Marian, cont in man dò Veuve Clicquot:
-Ernestin, menter che mì ciapi ‘l portatil e foo i colegament, te voret rafredà i vedov? In cusina ghe tutt el giass che te voret. -
-Femm: bòlògna, grana e champagne? Ah, gh’hoo nò la bòlògna, te ve ti Toni a ciapàla? Me racumandi ona feta sola, ma spessa on did -
-Meno mal che gh’è el Marian– ghe foo –s’eri adrè a preoccupam che magnarìssom nò. Ma com’è che te gh’hé nò ‘l wireless? -
-Gh’hoo minga de cor in gir per cà cont el computer al col, l’è pussè sicur inscì, ma el Renat com’è che l’è minga ‘rivà?-
-Lassa stà Marian, ch’el Renatin per mì, l’era già chi che vardava la cà de prima che rivassem num, sicur che ‘l sonarà dòpo ch’el torna ‘l Toni.-
* * *
El Toni l’aveva apena scartà la bòlògna che ‘l Renatin el derva la porta e ‘l dis: -Ben, fin chi, l’hèmm fada pulida.-
Sérum tucc setà in poltrona, cunt el computer sul tavolin in mes e i bicer in man, che spettavom che ‘l Marian disess on quaicoss, anca la bòlògna e ‘l grana sembraven ansios, sudà com’eren de guttin de gras, ma domà mì i vardavi e, di tant in tant, ne mangiavi on quei toch.
-L’è inutil che ghe foo refresh,- dis el Marian -el ghe nò, aspetom on quart d’ora. Intant che sem tuch insema gh’hoo de dìv on quaicòss.-
-Menter che spetavi in portineria, hoo pensà che saria sta mej avègh giamò pront tucc i numer de l’IBAN scritt su on file, minga domà i noster, ma anca on quei alter de scorta che, nel cas che la lista la fusse longa, i noster quater sarìen stà minga assè e dopo ghe sarìa minga sta ‘l temp de copià quei de la lista original, sensa sbaglià e fà nass di sospett. Me dispias d’avegh minga pensà de prima, ma l’è inscì. Alura hoo ciapàa, da la posta che gh’era in portineria, di depliant de l’UNICEF, d’Emergency e di alter organisasion del gener che me ricordi nò e hoo copià i numer lor, e meno mal che hoo fa inscì, perchè la lista l’era de quatordes numer, l’ultim hoo copià de la lista original. Anche inscì hemm fa giust in temp prima che rivassen i pulé.-
On silensi pensieros è rimast on quei moment in de la stansa, poeu el Renatin l’ha dì: -Se la va sem compagn de Robin Hood. Alegher!- e l’ha bevu in d’on fià el so bicer.
-Adess, a ogni bon cont, ve stampi di copìi de sta lista, andèmm in ofici.- e disend inscì el Marian se alsa cont la ciavetta in man, e num ghe vem adrè.
Cont i foeuj in man sembravom tri bamba cont di gratta e vinc, el Toni se s’ciariss la vos e ‘l dis: -Hìnn tucc de on milion, nò, men che l’ultima.-
El Marian alora: -Hoo lassà tutt pussè egual che l’era, domà per l’Iban hoo incollà la lista che avevi fàa, ma l’ultim l’ho copiàa istess, ghe l’ho chi.- e la dà a mì.
Mì la vardi, -Marian,- ghe disi –te set on artista, sensa vardà i numer se po’ nò trovà la diferensa. Ma on quart d’ora l’è passàa, andemm a controlà, che chi hèmm de fa nagott.-
Menter che salivom la tension la montava insem ai pè, in salot domà el Renat el s’è setà comod, mì e ‘l Toni erom cont i ciap sospes, menter ch’el Marian, driss in pè, meteva i so numer segret cont el portatil in man sensa fass vedè.
Quand el s’è setà giò hemm vist: “Bonifici in entrata” “1.000.000 euro” mì e ‘l Toni sem finìi in genoucc a fianch de lu.
-E uno- dis el Marian -Adess ghe de vedè se anche i voster ariven, el me cont l’è su l’UBS de Lugan, poeu vess che per on bonifich internasional ghe voeur pussè.-
-Ma alura!- dis el Toni -Mì ghe la fò pu, quand l’è che poeudi tirà ‘l fià?-
-Domà quand ti ha spendù tucc e te podet dà indrè nagott!- dis el Renatin e soleva l’angol del làvor de mes milimeter prima de mangià finalment on toc de bòlògna.
L’è stà quel el brindisi de la serada che me ricordi mej, n’hèmm fa sens’alter ancora, e ancora, hèmm lassà la cà del Marian che ‘l tavol l’era on cimiter, minga domà de vedoe gh’era tutt on campionari.
L’Ivana l’è andada in crociera cont la miè del Toni, mì e lu sem chi che controlum i IBAN per savè a chi hìnn andàa i danè, i alter sembren a post hìnn tucc di organisasion che se conossen, ma ghe n’è vun, che spussa on po, par che l’intestatari sia la “Casa di riposo per artisti italiani “Paul Gauguin”” a Tahiti” e ‘l Marian se troeuva pu.
fine
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martedì, marzo 23, 2010
Pòsdoman voo a Ciass - Racont in milanès, quinta part.
A contà quel che hèmm fàa quel pomerig e ‘l dì dòpo son minga bon, ma tant hèmm fàa, tant hèmm brigàa che, quand che al Toni gh’è rivada la telefonada del procurator de scend in strada che lù ‘l rivava, tuc num sèrom al noster post.
Mì séri con la scova in man che nettavi ‘l marciapè come l’ho mai nettàa, el Marian l’éra in de la portineria, che la gaveva i vedrad covert de giornai e ‘l sidel de la pitura foeura e on cartell in su la porta “Lavori in corso”, denter avevom mis el scanner, el computer e la stampant, senza desmentegà ‘l necessari del falsari: matiti, ingranditor, sbianchett, e on mazz de foeui de carta de pes divers eren sul tavol, ma gh’era anca l’armamentari complet, in d’ona valisa in d’on canton.
El Renatin l’era al numer civich dòpo del noster cunt ona tosa, che la tegniva ona bicicleta e faseven mòstra de parlà.
El Toni l’è vegnu giò di scal bianch che ‘l pareva sortìi de l’obitori, ghe sont andàa visin e goo dìi de tornàa a cà e fregass la facia cunt el asciugamani, che l’era palid mè se avess de trà su.
Quand l’è rivàda la BMW de l’aocatt, el Tosi sortiva del porton, apena lu l’è montàa su mì goo battùu la scova sul mur, l’era ‘l segnal: la tosa che la ciacolava cunt el Renatin l’è montada in bicicleta e l’è partida, on attim e la machina ghe rivada adrè, le l’ha sbandàa e la gh’è burlada contra, l’era gnanca ancoeura in tera che ‘l Renatin l’era davanti a la machina che ‘l vosava parolasc, ma ‘l parlava cont i acent sbagliàa, me se ‘l fuss minga italian.
Menter che l’Ivana, la mia miè, ch’évom imbarcàa de subit nel teatrin, la vosava che ghe voeureva l’ambulanza, sont andàa anca mì a mettem in mes, inscì covrivi la ciclista a l’aocat, subit el Marian el me vegnu adrè.
El Renatin alora l’ha tràa fora l’aocatt de pes menter che ‘l Marian, de l’altra part, ciapava de la borsa, che l’era sul sedil dedrè, tutt quel che gh’era e tornava in de la portineria.
Subit mì me sont mis in mes tra l’aocatt e ‘l Renatin, me se gh’avessi, mì, de salvà l’aocatt d’ona tigher, l’aocatt l’è rimast inscì tra mì e la machina e ‘l podeva fa nagott, menter che mì afrontavi la tigher, che cercava de destra e de sinistra de ciapala, lu ‘l podeva apena apena spostass on po’ de chi e de là, intant num, tigher e lion, vosavum insema.
La concionada che sem riussìi a fà la gh’ha trà foeura di negozi e di cà on po’ de gent, che l’ha comincià a telefonà al 113 al 118, el Renatin gh’aveva i occ foeura del co menter che mì ‘l rusavi per tegnil lontan, che ona qualch saccagnada l’avevi giamò ciapada, intant l’aocat el me girava de drè, a destra e a sinistra per nascondess e tegnim in mes.
L’era tucc in man del Marian, el doveva cambià la lista original di beneficiari di bonifich cont’ona noeuva, cumpagna, ma minga istèss. Se ‘l Marian l’era minga sortìi voeureva dì che gh’era materia, la lista la poeudeva vess taroccada, bon segn, l’era minga nominativa, la gh’aveva domà i numer de l’IBAN.
El Toni intant l’era anca mò setàa al so post e ‘l faseva mostra de vèss stremì.
Sentivi, pu che vedè, che on poeu de gent l’era visin a la tosa in tera, ma mì séri impegnà a fà la part del salvador, pian pian el Renatin cominciava a vess men acès. Quand che pareva che l’aocat prendess coragg disevi che l’era nient, el Renatin alora ‘l vosava anca mò mè on matt, alora disevi a l’aocatt che mì gh’entravi nagota e fasevi mostra de andà via, ma lù el me tegniva in mes, intant se sentiven lontan i siren.
Tutt a on trat m’acorgi che ‘l Renatin ‘l me fa cen cont i occ e vedi che a fianc de la mia ramazza, poggiàa al porton, gh’è ‘l baston de pittor, l’è ‘l segnal, alora mì me giri e disi a l’aocatt che cont quel malnat se poeu nò ragionà, l’è mej spetà la polizia e intant el rusi denter a la machina, menter che num sem girà, tutt in gir s’è fàa silenzi, domà i siren de l’ambulanza e di panter che ariven e tròven nagot.
La bicicleta la gh’è poeu, la tosa gnanca, de sang in tera ghe n’è nò, la tigher l’è sparida, l’è rimast domà che ‘l lion, che l’ha ricògnossù nissun, di alter testimoni ghe n’è nò bisogn, finiss che ‘l aocatt, ciapàa de la prèssa, ‘l voeur che finiss tutt inscì, bevom on cafè cunt i pulè e ognun a cà soa.
Anche num voeurevom che la finiss de subitt, nò che la si ghavess de mandà al dì apress, che magari on queidun s’acorgiss, de la lista farlocca.
La tension l’era tanta, ma num podevom fà nagott, “se la va gh’ha i gamb” continuava a dì el Marian menter che pittavom la portineria, la vernis l’era tanta, hèmm pittà anca la ritirada, ne avanzava anca mò on cicin hèmm pittàa anca ’sgabuzzin, insoma sérom nervos e i or passaven nò.
Mì séri con la scova in man che nettavi ‘l marciapè come l’ho mai nettàa, el Marian l’éra in de la portineria, che la gaveva i vedrad covert de giornai e ‘l sidel de la pitura foeura e on cartell in su la porta “Lavori in corso”, denter avevom mis el scanner, el computer e la stampant, senza desmentegà ‘l necessari del falsari: matiti, ingranditor, sbianchett, e on mazz de foeui de carta de pes divers eren sul tavol, ma gh’era anca l’armamentari complet, in d’ona valisa in d’on canton.
El Renatin l’era al numer civich dòpo del noster cunt ona tosa, che la tegniva ona bicicleta e faseven mòstra de parlà.
El Toni l’è vegnu giò di scal bianch che ‘l pareva sortìi de l’obitori, ghe sont andàa visin e goo dìi de tornàa a cà e fregass la facia cunt el asciugamani, che l’era palid mè se avess de trà su.
Quand l’è rivàda la BMW de l’aocatt, el Tosi sortiva del porton, apena lu l’è montàa su mì goo battùu la scova sul mur, l’era ‘l segnal: la tosa che la ciacolava cunt el Renatin l’è montada in bicicleta e l’è partida, on attim e la machina ghe rivada adrè, le l’ha sbandàa e la gh’è burlada contra, l’era gnanca ancoeura in tera che ‘l Renatin l’era davanti a la machina che ‘l vosava parolasc, ma ‘l parlava cont i acent sbagliàa, me se ‘l fuss minga italian.
Menter che l’Ivana, la mia miè, ch’évom imbarcàa de subit nel teatrin, la vosava che ghe voeureva l’ambulanza, sont andàa anca mì a mettem in mes, inscì covrivi la ciclista a l’aocat, subit el Marian el me vegnu adrè.
El Renatin alora l’ha tràa fora l’aocatt de pes menter che ‘l Marian, de l’altra part, ciapava de la borsa, che l’era sul sedil dedrè, tutt quel che gh’era e tornava in de la portineria.
Subit mì me sont mis in mes tra l’aocatt e ‘l Renatin, me se gh’avessi, mì, de salvà l’aocatt d’ona tigher, l’aocatt l’è rimast inscì tra mì e la machina e ‘l podeva fa nagott, menter che mì afrontavi la tigher, che cercava de destra e de sinistra de ciapala, lu ‘l podeva apena apena spostass on po’ de chi e de là, intant num, tigher e lion, vosavum insema.
La concionada che sem riussìi a fà la gh’ha trà foeura di negozi e di cà on po’ de gent, che l’ha comincià a telefonà al 113 al 118, el Renatin gh’aveva i occ foeura del co menter che mì ‘l rusavi per tegnil lontan, che ona qualch saccagnada l’avevi giamò ciapada, intant l’aocat el me girava de drè, a destra e a sinistra per nascondess e tegnim in mes.
L’era tucc in man del Marian, el doveva cambià la lista original di beneficiari di bonifich cont’ona noeuva, cumpagna, ma minga istèss. Se ‘l Marian l’era minga sortìi voeureva dì che gh’era materia, la lista la poeudeva vess taroccada, bon segn, l’era minga nominativa, la gh’aveva domà i numer de l’IBAN.
El Toni intant l’era anca mò setàa al so post e ‘l faseva mostra de vèss stremì.
Sentivi, pu che vedè, che on poeu de gent l’era visin a la tosa in tera, ma mì séri impegnà a fà la part del salvador, pian pian el Renatin cominciava a vess men acès. Quand che pareva che l’aocat prendess coragg disevi che l’era nient, el Renatin alora ‘l vosava anca mò mè on matt, alora disevi a l’aocatt che mì gh’entravi nagota e fasevi mostra de andà via, ma lù el me tegniva in mes, intant se sentiven lontan i siren.
Tutt a on trat m’acorgi che ‘l Renatin ‘l me fa cen cont i occ e vedi che a fianc de la mia ramazza, poggiàa al porton, gh’è ‘l baston de pittor, l’è ‘l segnal, alora mì me giri e disi a l’aocatt che cont quel malnat se poeu nò ragionà, l’è mej spetà la polizia e intant el rusi denter a la machina, menter che num sem girà, tutt in gir s’è fàa silenzi, domà i siren de l’ambulanza e di panter che ariven e tròven nagot.
La bicicleta la gh’è poeu, la tosa gnanca, de sang in tera ghe n’è nò, la tigher l’è sparida, l’è rimast domà che ‘l lion, che l’ha ricògnossù nissun, di alter testimoni ghe n’è nò bisogn, finiss che ‘l aocatt, ciapàa de la prèssa, ‘l voeur che finiss tutt inscì, bevom on cafè cunt i pulè e ognun a cà soa.
Anche num voeurevom che la finiss de subitt, nò che la si ghavess de mandà al dì apress, che magari on queidun s’acorgiss, de la lista farlocca.
La tension l’era tanta, ma num podevom fà nagott, “se la va gh’ha i gamb” continuava a dì el Marian menter che pittavom la portineria, la vernis l’era tanta, hèmm pittà anca la ritirada, ne avanzava anca mò on cicin hèmm pittàa anca ’sgabuzzin, insoma sérom nervos e i or passaven nò.
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domenica, marzo 21, 2010
Pòsdoman voo a Ciass - Racont in milanès, terza part
-Toni, dam a trà alora, intant che spetom el Renatin e 'l Marian, num femm el gir del pratun e ti te me diset per fil e per segn ste fét quand te vét a Ciass.-
-Ghe poch de dì, el vegn el procurator e andemm a Ciass, in machina, la soa.-
-Pian. Pian. L'omm l'è semprer l'istèss?-
-Sì. nò, nò, do volt l'è vegnu on alter, 'l m'ha dit che 'l sò capo l'aveva avu on contratemp.-
-I document che te devett firmà i ha giamò lu?-
-Sì Ernestin, hìnn in d'ona borsa sul sedil dedrè, semper la stessa.-
-Strada, fii semper la stessa?-
-Semper! De cà mia, semprer driss, se finiss in tangenzial e poeu de lì in autostrada fin a Ciass, ghe nò de sbagliass.-
-Che machina l'è, quanti portier la gà?-
-L'è ona Lancia cunt quater portier, ma Ernestin che cassu de domand te me fét, sem minga in commissarià, gh'hoo copàa nissun!-
-Atent a la merda! Toni, mì devi savè tuscoss, se voeurom fà la ciambela cont el bus. Te vedett che anca a fa do pass se ris'cia de mett el pied su ona merda? Num devom fà che s'acorgi nissun fin quand che l'è fada, e poeu: aria! Ah, dimm on poeu, quand violter avii fàa di bonifici, me avìi fàa a dagh i numer de l'ABI e l'IBAN el nom e 'l rest?-
-El procuratur gh'ha gìà ona distinta che mì firmi, davant al funzionari e poeu bon!-
-Pian, pian! L'è on foeuj bianc o l'è on mòdol stampà?-
-Ma... Famm pensà on moment... nò, l'è semper stà on foeuj bianc normal, anzi, on de quei spess che gh'era minga bisogn de mettegh'en sott on'alter per fà la firma.-
-Eh, dim on poeu, el funzionari te dà indrè ona ricevuda, a ti o al procurator?-
-A varda, l'è propri bela; el funzionari, per mì, m'ha cognussù de subit che mì sont el duu de picch, ma 'l parla semper drizz a mì e la ricevoda la me la dà semper a mì.-
-Adess Toni fèmm inscì come te disi mì: quand vegnen i alter mì ghe conti come la se svolg la “funzion” per come lo capida mì, ti te scoltet tuscòss e te fé tucc i giont e i precisazion che te credet.-
Semm andàa in silenzi per on poeu, mì me sentivi ona certa ecitazion che la me montava denter, me sentivi me se fussi tornàa indrè de trent'an, ma sentivi anca che 'l Toni l'era on poeu che'l me voreva dì on quaicòss, alura gh'hoo dìi che gh'era minga de preocupass, la gent che andavom a incontrà l'era gent seria e che, se a lu ghe fuss minga piasù el pian che saria vegnù foeura del noster conciliabul, gh'aveva de dì domà “arimortis”, come quand giocavum a ciapass de fiulèt e morta lì.
-Ghe poch de dì, el vegn el procurator e andemm a Ciass, in machina, la soa.-
-Pian. Pian. L'omm l'è semprer l'istèss?-
-Sì. nò, nò, do volt l'è vegnu on alter, 'l m'ha dit che 'l sò capo l'aveva avu on contratemp.-
-I document che te devett firmà i ha giamò lu?-
-Sì Ernestin, hìnn in d'ona borsa sul sedil dedrè, semper la stessa.-
-Strada, fii semper la stessa?-
-Semper! De cà mia, semprer driss, se finiss in tangenzial e poeu de lì in autostrada fin a Ciass, ghe nò de sbagliass.-
-Che machina l'è, quanti portier la gà?-
-L'è ona Lancia cunt quater portier, ma Ernestin che cassu de domand te me fét, sem minga in commissarià, gh'hoo copàa nissun!-
-Atent a la merda! Toni, mì devi savè tuscoss, se voeurom fà la ciambela cont el bus. Te vedett che anca a fa do pass se ris'cia de mett el pied su ona merda? Num devom fà che s'acorgi nissun fin quand che l'è fada, e poeu: aria! Ah, dimm on poeu, quand violter avii fàa di bonifici, me avìi fàa a dagh i numer de l'ABI e l'IBAN el nom e 'l rest?-
-El procuratur gh'ha gìà ona distinta che mì firmi, davant al funzionari e poeu bon!-
-Pian, pian! L'è on foeuj bianc o l'è on mòdol stampà?-
-Ma... Famm pensà on moment... nò, l'è semper stà on foeuj bianc normal, anzi, on de quei spess che gh'era minga bisogn de mettegh'en sott on'alter per fà la firma.-
-Eh, dim on poeu, el funzionari te dà indrè ona ricevuda, a ti o al procurator?-
-A varda, l'è propri bela; el funzionari, per mì, m'ha cognussù de subit che mì sont el duu de picch, ma 'l parla semper drizz a mì e la ricevoda la me la dà semper a mì.-
-Adess Toni fèmm inscì come te disi mì: quand vegnen i alter mì ghe conti come la se svolg la “funzion” per come lo capida mì, ti te scoltet tuscòss e te fé tucc i giont e i precisazion che te credet.-
Semm andàa in silenzi per on poeu, mì me sentivi ona certa ecitazion che la me montava denter, me sentivi me se fussi tornàa indrè de trent'an, ma sentivi anca che 'l Toni l'era on poeu che'l me voreva dì on quaicòss, alura gh'hoo dìi che gh'era minga de preocupass, la gent che andavom a incontrà l'era gent seria e che, se a lu ghe fuss minga piasù el pian che saria vegnù foeura del noster conciliabul, gh'aveva de dì domà “arimortis”, come quand giocavum a ciapass de fiulèt e morta lì.
sabato, marzo 20, 2010
Pòsdoman voo a Ciass - Racont in milanès seconda part
Quand che semm rivàa riconossevi pu la piazza, in mezz al trafic gh’aveven fa ona fontana cont in gir in gir tucc panchin con l’aqua che bagnava i pè de la gent setada, i camion e i bus fasevan ona fumera che sararia andada ben pe ‘l speck, e ‘l Gianni ghera pu, al so post gh’era on kebab cont a fianc ona telefoeunera, fòrse l’era mej inscì, gheren almen cinq o ses cabin, podevi anca cambià tra ona telefonada e l’altra.
-Toni- gh’hoo dìi quand che hoo finì -hoo trovà domà ch’el Renatin e ‘l Marian e gh’hoo dàa apuntament de chi a dò or, se ved che sem tocc vecc e che gavem de fà nagott, ai tempi sarìen stàa tuti ancora in lett, tocherà dagh on quajcoss…
-“Ça va sans dire”. Se cavom on quajcoss ch’hìin nò legnad.– dis el Toni ridend amar.
-L’è minga el cas de tornà a cà, che fèmm a pena in temp a rivà che gh’averissum de tornà indrè, alora Toni ‘ndemm a fa on gir al “Porto di Mare” come se diseva nel ventenni, ti t’el conosset? -
-Mì savevi che ghera ona balera, ma ghe son mai andàa, ma com’è che ti te cognùsset inscì ben sta zona?-
-Mì son nassù al Corvett e la storia del Port de Mar me la contava a toch el me nonn, quand andavom a pescà ne la roggia Vettabbia. Partissom, che menter che ‘ndemm te conti.-
- Ti te ghe de savè che sta zona de Milan l’è la pussè bassa che ghe, i cà vecc gaveven nò la cantina, perchè poch che te scavett te trovet l’aqua.-
-Ben alora, par che già i Romani avessen fàa on canal navigabil de Milan fin al mar, doveva vess la Vettabbia che la finiva nel Lamber e poeu in del Po. -
-La storia del Milan con l’aqua lè ona storia longa e contrastada, i milanes han fàa e disfàa canali e port… Varda che m’inventi nagott, hoo fàa ona “villeggiatura” che gavevi compagn de cella on ingegnèr ch’el aveva copàa la mjè e lu ‘l m’ha contàa tucc. -
-Se te vardett i Navilii de Milan te vedarett che riven e parten de Milan de su e de giò, de destra e de sinistra, tant che la Darsena l’era on dei port pussè traficàa d’Italia. Fin da l’inizi del secol passàa aveven progetàa de fà on canal fin a Venezia, passand de Cremona e de Mantua, passada la prima guera mondial aveven ricominciàa a scavàa, propi chi visin a le via Emilia, el Porto de Mar de Milan, a ogni elezion parlen del canal miracolos, ma l’han mai finìi.- -Eco varda, sem rivàa, te vedett che bus? L’era pussè grand, ma ona part l’han riempìi con la rumenta, vint o trent’an fa.
-Giò de là, te vedet la Certosa de Chiaravall? Ben, prima la ghe la Vettabbia quela che han fàa i Romani. -
-Ernestin, ascultem, goo minga testa adess…-
-Toni- gh’hoo dìi quand che hoo finì -hoo trovà domà ch’el Renatin e ‘l Marian e gh’hoo dàa apuntament de chi a dò or, se ved che sem tocc vecc e che gavem de fà nagott, ai tempi sarìen stàa tuti ancora in lett, tocherà dagh on quajcoss…
-“Ça va sans dire”. Se cavom on quajcoss ch’hìin nò legnad.– dis el Toni ridend amar.
-L’è minga el cas de tornà a cà, che fèmm a pena in temp a rivà che gh’averissum de tornà indrè, alora Toni ‘ndemm a fa on gir al “Porto di Mare” come se diseva nel ventenni, ti t’el conosset? -
-Mì savevi che ghera ona balera, ma ghe son mai andàa, ma com’è che ti te cognùsset inscì ben sta zona?-
-Mì son nassù al Corvett e la storia del Port de Mar me la contava a toch el me nonn, quand andavom a pescà ne la roggia Vettabbia. Partissom, che menter che ‘ndemm te conti.-
- Ti te ghe de savè che sta zona de Milan l’è la pussè bassa che ghe, i cà vecc gaveven nò la cantina, perchè poch che te scavett te trovet l’aqua.-
-Ben alora, par che già i Romani avessen fàa on canal navigabil de Milan fin al mar, doveva vess la Vettabbia che la finiva nel Lamber e poeu in del Po. -
-La storia del Milan con l’aqua lè ona storia longa e contrastada, i milanes han fàa e disfàa canali e port… Varda che m’inventi nagott, hoo fàa ona “villeggiatura” che gavevi compagn de cella on ingegnèr ch’el aveva copàa la mjè e lu ‘l m’ha contàa tucc. -
-Se te vardett i Navilii de Milan te vedarett che riven e parten de Milan de su e de giò, de destra e de sinistra, tant che la Darsena l’era on dei port pussè traficàa d’Italia. Fin da l’inizi del secol passàa aveven progetàa de fà on canal fin a Venezia, passand de Cremona e de Mantua, passada la prima guera mondial aveven ricominciàa a scavàa, propi chi visin a le via Emilia, el Porto de Mar de Milan, a ogni elezion parlen del canal miracolos, ma l’han mai finìi.- -Eco varda, sem rivàa, te vedett che bus? L’era pussè grand, ma ona part l’han riempìi con la rumenta, vint o trent’an fa.
-Giò de là, te vedet la Certosa de Chiaravall? Ben, prima la ghe la Vettabbia quela che han fàa i Romani. -
-Ernestin, ascultem, goo minga testa adess…-
venerdì, marzo 19, 2010
Pòsdoman voo a Ciass
- Racont in milanes, un toc al dì. -
N.B. Mi hoo cercàa de scriv seguend l’ortografia classica, se hoo sbagliàa on quajcoss son pront a riparà, se poeudi.
Prima puntata - In cui si scorge il problema.
Eren apéna pasàa i set e mez de matina, mì sèri lì che dervìvi la portinerìa, quand l’è ‘rivà ‘l Tòni, el me vegn quasi adoss e ‘l me dis, visin visin, propi custàa a l’orégia: - Pòsdomàn a voo a Ciass…-
El gaveva un’aria come se’l m’avess dì el terz de Fatima, mì l’hoo vardà me on stupid, avevi minga ancora bevùu ‘l cafè e cercavi de ricordà se g’avevi de savé on quajcoss de sta gita a Ciass, alura, tant per dì on quajcoss, ghe foo: - Ben alùra pàghem el café! - e foo per andà foeura.
Toni el me ciapa per on brasc e ‘l me tira denter de la portineria vardand in gir in gir. Alora anca mì vardi se ghe on queidun che ghe vègn adrè, ma ghe nissùn.
‘Pena che sem denter el Tòni sara la porta, buta on oeucc a destra e a sinistra e dà ona ogiada anca ne la ritirada, e poeu ‘l se seta giò ‘me fuss giamò stracch, cominci a vess preocupàa…
-Ernestin- me dis vardand in tera -voo a Ciass!
-Portem la ciocolada! Ma insoma l’è minga in Africa, se ghe de fà sto teatrin?-
-Voo minga in gita! Voo a ciapà i capitai.-
-Savevi minga che te seret on scioeur! Balabiot nò, ma che t’avevet i capitai l’è noeuva! Son cuntent per ti, adess paghem el café che mo gh’hoo de netà ‘l marciapé e poeu gh’hoo de portà la scioeura Bandelli al laboratorj per cavagh el sang.-
-Ernestin ciapem minga per el cu, i danée hìnn minga i mè, mì son dumà ‘l prestanòm, l’è des an che go la pension farlocca, me dan quei mil e cinqcent euro al mes per tasé e firmà i cart che me dan, ma adess voeuren portà a cà i dané… e mì resti disoccupà…-
-Ma, la silicosi in Belg, anca quela l’è on montà sù, ona gabola, ona farfanteria…-
-Ma nò Ernestin, quela la gh’hoo; ma l’è minga assé d’avegh la pensiùn! Me mancava el duu per cent, l’è dumà assè d’avegh el fiaton per andà su al prim pian a pé; ma adess se foo? Pòsdomàn finis el paradis! E mì che pensavi de ves in purgatòrj, che ogni volta che vedevi ona Fiama Giala pensavi che vegniven a ciapàm! Adess se foo?- Disend inscì el se drizza in pè come se ‘l dovess andà sul patibol.
-Sètess giò, che mì voo a ciapà duu cafè chi dal cines, intant ti te preparet tuta la storia, che poeu ti te vegnet con mì a cumpagnà la Bandelli in laboratorj e te me cuntet tuscòss, che tant le l’è sorda me na campana.-
Intant che speti i cafè entren duu bancarj del Credit al canton, senti che parlen del gran de fà che gh’han cont el scudo del Tremonti; ciapi i duu cafè e vo.
Gaveva propri reson el me nònn quand el diseva che “lader e paron, l’è come dì: bronz e otton”, han rubàa dì e nott e adess hìnn a pòst cont’ona limòsina.
Ne la portineria el Toni l’éra setà e ‘l vardava e ‘l calendari de Platinette, che la mia miè l’ha tacà sul frigidère per famm pasà la famm, la vardava me se ‘l fùss l’imàgin del Sacher Coeur. Gh’hoo mis davanti el cafè e lù ‘l m’ha vardàa. -Bév!- Ghe foo -Che l’hoo giamò rugàa e fà nò sta piva che ghe chi l’Ernestin Baloss.-
Ben, la foo brev: menter che compagnom la Bandelli, lu el m’ha contàa su ona storia, che s’el gh’avèss minga avùu la facia longa ch’el gh’aveva, mì nò gh’avarìa credùu a nagott.
-Toni– ghe foo quand ch’el finiss -hìnn giamò pasàa trent’ann. nò, pussèe! Che fasevi el gir de le bische, cont’el Francis, hoo pagàa el cont e tiri drizz, ma cognussi anca mò on queidun… Vardem minga inscì, spavèntes nò, voeuri minga fà una dora, ma ona castigada la ghe voeura! Diavol, la me vegnuda anca la rima! Sù ‘ndemm a bév on bicèr, ma cambium de cafè, gh’hoo de fà di telefonad che cont’el mè le mej de nò, ciapa la machina che ‘ndemm dal Gianni, s’el ghe ancamò.
El Toni el pareva ch’el gh’avess de trà su; alora gh’hoo dìi che, se’l voeuréva nò, mì gh’avevi sentì nagòtt e amìs come prima, ma l’era minga on fioeu, l’aveva lavorà con la dinamit in sacocia e adess l’era visin de diventà nonn, che me disess cosa l’era ch’el voeureva de mì, che mì la ciocolada la voeurevi nò, ma a la mia miè ghe piaseva bianca cont i nougatt e ‘l caramel.
-Andemm Ernestin, ti te ga reson.– El me dis, vardando’m drizz in di oeucc. -Hoo lavorà on chilometer sota tera, poeudi minga cagamm adoss per paura de quela facia de merda, e se anca la Madonina la ghe l’ha con lu sem in bòna compagnia.- mì son minga sicur de quel ch’el voeureva dìm, ma on’indea la ghe l’hoo.
La continuarà doman, se poeudi.
N.B. Mi hoo cercàa de scriv seguend l’ortografia classica, se hoo sbagliàa on quajcoss son pront a riparà, se poeudi.
Prima puntata - In cui si scorge il problema.
Eren apéna pasàa i set e mez de matina, mì sèri lì che dervìvi la portinerìa, quand l’è ‘rivà ‘l Tòni, el me vegn quasi adoss e ‘l me dis, visin visin, propi custàa a l’orégia: - Pòsdomàn a voo a Ciass…-
El gaveva un’aria come se’l m’avess dì el terz de Fatima, mì l’hoo vardà me on stupid, avevi minga ancora bevùu ‘l cafè e cercavi de ricordà se g’avevi de savé on quajcoss de sta gita a Ciass, alura, tant per dì on quajcoss, ghe foo: - Ben alùra pàghem el café! - e foo per andà foeura.
Toni el me ciapa per on brasc e ‘l me tira denter de la portineria vardand in gir in gir. Alora anca mì vardi se ghe on queidun che ghe vègn adrè, ma ghe nissùn.
‘Pena che sem denter el Tòni sara la porta, buta on oeucc a destra e a sinistra e dà ona ogiada anca ne la ritirada, e poeu ‘l se seta giò ‘me fuss giamò stracch, cominci a vess preocupàa…
-Ernestin- me dis vardand in tera -voo a Ciass!
-Portem la ciocolada! Ma insoma l’è minga in Africa, se ghe de fà sto teatrin?-
-Voo minga in gita! Voo a ciapà i capitai.-
-Savevi minga che te seret on scioeur! Balabiot nò, ma che t’avevet i capitai l’è noeuva! Son cuntent per ti, adess paghem el café che mo gh’hoo de netà ‘l marciapé e poeu gh’hoo de portà la scioeura Bandelli al laboratorj per cavagh el sang.-
-Ernestin ciapem minga per el cu, i danée hìnn minga i mè, mì son dumà ‘l prestanòm, l’è des an che go la pension farlocca, me dan quei mil e cinqcent euro al mes per tasé e firmà i cart che me dan, ma adess voeuren portà a cà i dané… e mì resti disoccupà…-
-Ma, la silicosi in Belg, anca quela l’è on montà sù, ona gabola, ona farfanteria…-
-Ma nò Ernestin, quela la gh’hoo; ma l’è minga assé d’avegh la pensiùn! Me mancava el duu per cent, l’è dumà assè d’avegh el fiaton per andà su al prim pian a pé; ma adess se foo? Pòsdomàn finis el paradis! E mì che pensavi de ves in purgatòrj, che ogni volta che vedevi ona Fiama Giala pensavi che vegniven a ciapàm! Adess se foo?- Disend inscì el se drizza in pè come se ‘l dovess andà sul patibol.
-Sètess giò, che mì voo a ciapà duu cafè chi dal cines, intant ti te preparet tuta la storia, che poeu ti te vegnet con mì a cumpagnà la Bandelli in laboratorj e te me cuntet tuscòss, che tant le l’è sorda me na campana.-
Intant che speti i cafè entren duu bancarj del Credit al canton, senti che parlen del gran de fà che gh’han cont el scudo del Tremonti; ciapi i duu cafè e vo.
Gaveva propri reson el me nònn quand el diseva che “lader e paron, l’è come dì: bronz e otton”, han rubàa dì e nott e adess hìnn a pòst cont’ona limòsina.
Ne la portineria el Toni l’éra setà e ‘l vardava e ‘l calendari de Platinette, che la mia miè l’ha tacà sul frigidère per famm pasà la famm, la vardava me se ‘l fùss l’imàgin del Sacher Coeur. Gh’hoo mis davanti el cafè e lù ‘l m’ha vardàa. -Bév!- Ghe foo -Che l’hoo giamò rugàa e fà nò sta piva che ghe chi l’Ernestin Baloss.-
Ben, la foo brev: menter che compagnom la Bandelli, lu el m’ha contàa su ona storia, che s’el gh’avèss minga avùu la facia longa ch’el gh’aveva, mì nò gh’avarìa credùu a nagott.
-Toni– ghe foo quand ch’el finiss -hìnn giamò pasàa trent’ann. nò, pussèe! Che fasevi el gir de le bische, cont’el Francis, hoo pagàa el cont e tiri drizz, ma cognussi anca mò on queidun… Vardem minga inscì, spavèntes nò, voeuri minga fà una dora, ma ona castigada la ghe voeura! Diavol, la me vegnuda anca la rima! Sù ‘ndemm a bév on bicèr, ma cambium de cafè, gh’hoo de fà di telefonad che cont’el mè le mej de nò, ciapa la machina che ‘ndemm dal Gianni, s’el ghe ancamò.
El Toni el pareva ch’el gh’avess de trà su; alora gh’hoo dìi che, se’l voeuréva nò, mì gh’avevi sentì nagòtt e amìs come prima, ma l’era minga on fioeu, l’aveva lavorà con la dinamit in sacocia e adess l’era visin de diventà nonn, che me disess cosa l’era ch’el voeureva de mì, che mì la ciocolada la voeurevi nò, ma a la mia miè ghe piaseva bianca cont i nougatt e ‘l caramel.
-Andemm Ernestin, ti te ga reson.– El me dis, vardando’m drizz in di oeucc. -Hoo lavorà on chilometer sota tera, poeudi minga cagamm adoss per paura de quela facia de merda, e se anca la Madonina la ghe l’ha con lu sem in bòna compagnia.- mì son minga sicur de quel ch’el voeureva dìm, ma on’indea la ghe l’hoo.
La continuarà doman, se poeudi.
martedì, marzo 16, 2010
Berlusconi mette in pericolo la salute di chi ha una coscienza.
Il pericolo di gravi squilibri psichici riguarda tutti noi dotati di un poco di senso critico e di una qualche, pur limitata, dose di ragionevolezza, le secchiate di sciocchezze e contradditorie fanfaluche che, quotidianamente, getta sulla platea di proni giornalisti e leccapiedi, riportate con fervore da televisioni e giornali rischia di destabilizzare completamente la psiche degli italiani, dopo averne succhiato i portafogli con iniziative ardite quanto fallimentari.
Urge presentare il conto a questo bieco soggetto.
Urge presentare il conto a questo bieco soggetto.
martedì, marzo 02, 2010
Galantine di gatto, o di coniglio.
Questa ricetta con il gatto può essere messa in pratica solo in un paese libero, non in Italia, dove non resta che rassegnarsi al coniglio, quindi questo blog non può essere accusato di istigazione a delinquere in quanto anzi raccomanda, fin tanto che non cambierà questa iniqua suddivisione degli animali in “d’affezione” e “eduli”, di astenersi, sul territorio italiano, dal consumo di gatto.
Occorrente per 6 persone:
-1 grosso gatto adulto 4/5 kg o 1 coniglio stesso peso,
-1/2 kg olive verdi da snocciolare quelle vendute snocciolate sono notoriamente poco buone,
-1 grossa cipolla,
-2 carota medie,
-1 cucchiaio di pan grattato e 1 cucchiaio di farina di ceci ben nescolati,
-2 gambi di sedano o una bella fetta di sedano rapa,
-30 g di zenzero in salamoia,
-1/2 bicchierino di gin
-2 chiodi di garofano,
-qualche grattata di noce moscata o un bel pizzico di macis.
-un pizzico di curry (meglio se delle Antille),
-sale q.b.
Preparazione:
-dopo avere scuoiato l’animale e con attenzione rimosso le interiora, se si tratta di un animale non molto giovane può essere necessario farlo marinare tre giorni in frigo nella birra, dopodiché disossare l’animale a crudo (una bella prova per il cuoco e per il coltello) e, della carne, farne pezzi non più grandi di un dito,
-mescolare in una capace terrina la carne con le spezie e il pan grattato con la farina di ceci,
-porre la carne in un canovaccio bianco facendone uno o due cilindri compatibili con le dimensioni delle pentole disponibili, al loro centro si porranno le carote e si spargeranno le olive,
- si cucini l’involto in acqua salata che lo copra bene, meglio, se saranno due, uno alla volta nella stessa acqua che si regolerà di sale,
- lasciatolo raffreddare si tolga il canovaccio e si tagli in fette di circa 1/2 cm con un coltello ben affilato,
- si sciolgano dei fogli di gelatina di maiale nel brodo freddo e lo si porti a bollore, quando sia a temperatura ambiente lo si versi a cucchiaiate sulle fette (che saranno state raffreddate in frigo) ci si pongano delle fettine di zenzero ben distese e subito si ripongano in frigo, dopo qualche ora si controlli se la gelatina copre in strato continuo tutte le fette, semmai si aggiunga ancora qualche cucchiaio di brodo.
Ad accompagnare queste galantine una insalata di rucola e arance con olio sale e limone oppure una insalata di funghi e sedano con olio e limone o poche gocce di aceto all’estragone.
Il brodo che non era necessario per la gelatina lo si potrà servire in tazza, come antipasto caldo, con un uovo di quaglia aperto, ma non rotto, un giro di pepe bianco e qualche crostino all’aglio.
Occorrente per 6 persone:
-1 grosso gatto adulto 4/5 kg o 1 coniglio stesso peso,
-1/2 kg olive verdi da snocciolare quelle vendute snocciolate sono notoriamente poco buone,
-1 grossa cipolla,
-2 carota medie,
-1 cucchiaio di pan grattato e 1 cucchiaio di farina di ceci ben nescolati,
-2 gambi di sedano o una bella fetta di sedano rapa,
-30 g di zenzero in salamoia,
-1/2 bicchierino di gin
-2 chiodi di garofano,
-qualche grattata di noce moscata o un bel pizzico di macis.
-un pizzico di curry (meglio se delle Antille),
-sale q.b.
Preparazione:
-dopo avere scuoiato l’animale e con attenzione rimosso le interiora, se si tratta di un animale non molto giovane può essere necessario farlo marinare tre giorni in frigo nella birra, dopodiché disossare l’animale a crudo (una bella prova per il cuoco e per il coltello) e, della carne, farne pezzi non più grandi di un dito,
-mescolare in una capace terrina la carne con le spezie e il pan grattato con la farina di ceci,
-porre la carne in un canovaccio bianco facendone uno o due cilindri compatibili con le dimensioni delle pentole disponibili, al loro centro si porranno le carote e si spargeranno le olive,
- si cucini l’involto in acqua salata che lo copra bene, meglio, se saranno due, uno alla volta nella stessa acqua che si regolerà di sale,
- lasciatolo raffreddare si tolga il canovaccio e si tagli in fette di circa 1/2 cm con un coltello ben affilato,
- si sciolgano dei fogli di gelatina di maiale nel brodo freddo e lo si porti a bollore, quando sia a temperatura ambiente lo si versi a cucchiaiate sulle fette (che saranno state raffreddate in frigo) ci si pongano delle fettine di zenzero ben distese e subito si ripongano in frigo, dopo qualche ora si controlli se la gelatina copre in strato continuo tutte le fette, semmai si aggiunga ancora qualche cucchiaio di brodo.
Ad accompagnare queste galantine una insalata di rucola e arance con olio sale e limone oppure una insalata di funghi e sedano con olio e limone o poche gocce di aceto all’estragone.
Il brodo che non era necessario per la gelatina lo si potrà servire in tazza, come antipasto caldo, con un uovo di quaglia aperto, ma non rotto, un giro di pepe bianco e qualche crostino all’aglio.
martedì, febbraio 23, 2010
Edilizia drogata nella Valle del Belice
La Valle del Belice quarant'anni dopo il terremoto mostra chiaramente i segni dello scempio del non governo del dopo terremoto.
Paesi costruiti senza alcun senso dell'idea di comunità, anzi con un disordine e uno spreco del territorio che fanno rabbrividire, forse però sta per finire il tempo delle costruzioni inutili e selvagge, tra non molto scadranno i termini per usufruire dei finanziamenti a fondo perduto per la "ricostruzione".
C'è nella zona un gran fermento di compravendite di immobili diroccati con gli annessi "diritti a ricostruire" che danno modo di accedere ai finanziamenti prima che scadano i termini. Avvicinandosi tale scadenza gli ultimi ritardatari si sono mossi alla disperata, in molti casi, costruendo case molto più grandi delle loro necessità, solo per avere il massimo dei finanziamenti possibili, spesso senza avere il danaro per terminarle, a questo proposito anche il mercato delle case della prima ricostruzione è stato movimentato dalle numerose offerte sul mercato di case da parte ci coloro che avevano urgenza di fondi per mettere il tetto alla casa nuova, in gran parte costruita con i finanziamenti ottenuti; si segnala un forte deprezzamento per queste case gettate sul mercato in fretta, ad es. una palazzina indipendente di circa trent'anni in ottime condizione, con riscaldamento, costituita da due appartamenti ciascuno di tre locali più servizi e cucina abitabile con un piccolo giardino e terrazzo veniva posta sul mervato a sessantamila euro, ma non si tratta di un caso isolato, questo è il prezzo di mercato attualmente.
Il costo di costruzione di una casa nuova è invece abbastanza in linea con i costi nazionali eccetto che per l'incidenza del prezzo del terreno, finita la febbre degli stanziamenti, in molti si potrebbero trovare a dover gestire case, inutilmente grandi, il cui prezzo di mercato potrebbe essere talmente inferiore ai costi di costruzione affrontati da quasi azzerare il valore del contributo statale
Nel frattempo si saranno dovuti affrontare i costi di gestione, riscaldamento, raffrescamento, Tarsu e altre tasse locali che sono cresciuti, sia a causa delle grandi case costruite, sia a causa della grande espansione del territorio urbanizzato a scapito del territorio agricolo (da notare che nei paesi di un tempo pochissimi avevano giardini, avendo abbastanza da lavorare la campagna durante la giornata non sentivano alcuna necessità di avere la campagna in paese mentre tutte le nuove case hanno almeno un fazzoletto di terra intorno) che avrà, per i comuni, moltiplicato i costi d'esercizio di molti servizi: manutenzione delle strade, raccolta rifiuti, trasporto scolari, posa e manutenzione di acquedotti e fognature, nonchè polizia locale per l'aumentato territorio da presidiare.
Paesi costruiti senza alcun senso dell'idea di comunità, anzi con un disordine e uno spreco del territorio che fanno rabbrividire, forse però sta per finire il tempo delle costruzioni inutili e selvagge, tra non molto scadranno i termini per usufruire dei finanziamenti a fondo perduto per la "ricostruzione".
C'è nella zona un gran fermento di compravendite di immobili diroccati con gli annessi "diritti a ricostruire" che danno modo di accedere ai finanziamenti prima che scadano i termini. Avvicinandosi tale scadenza gli ultimi ritardatari si sono mossi alla disperata, in molti casi, costruendo case molto più grandi delle loro necessità, solo per avere il massimo dei finanziamenti possibili, spesso senza avere il danaro per terminarle, a questo proposito anche il mercato delle case della prima ricostruzione è stato movimentato dalle numerose offerte sul mercato di case da parte ci coloro che avevano urgenza di fondi per mettere il tetto alla casa nuova, in gran parte costruita con i finanziamenti ottenuti; si segnala un forte deprezzamento per queste case gettate sul mercato in fretta, ad es. una palazzina indipendente di circa trent'anni in ottime condizione, con riscaldamento, costituita da due appartamenti ciascuno di tre locali più servizi e cucina abitabile con un piccolo giardino e terrazzo veniva posta sul mervato a sessantamila euro, ma non si tratta di un caso isolato, questo è il prezzo di mercato attualmente.
Il costo di costruzione di una casa nuova è invece abbastanza in linea con i costi nazionali eccetto che per l'incidenza del prezzo del terreno, finita la febbre degli stanziamenti, in molti si potrebbero trovare a dover gestire case, inutilmente grandi, il cui prezzo di mercato potrebbe essere talmente inferiore ai costi di costruzione affrontati da quasi azzerare il valore del contributo statale
Nel frattempo si saranno dovuti affrontare i costi di gestione, riscaldamento, raffrescamento, Tarsu e altre tasse locali che sono cresciuti, sia a causa delle grandi case costruite, sia a causa della grande espansione del territorio urbanizzato a scapito del territorio agricolo (da notare che nei paesi di un tempo pochissimi avevano giardini, avendo abbastanza da lavorare la campagna durante la giornata non sentivano alcuna necessità di avere la campagna in paese mentre tutte le nuove case hanno almeno un fazzoletto di terra intorno) che avrà, per i comuni, moltiplicato i costi d'esercizio di molti servizi: manutenzione delle strade, raccolta rifiuti, trasporto scolari, posa e manutenzione di acquedotti e fognature, nonchè polizia locale per l'aumentato territorio da presidiare.
venerdì, gennaio 22, 2010
La televisione digitale e i suoi corollari
Se voglio portarmi in vacanza dei film da guardarmi in albergo, cosa utile specie se non si conosce la lingua locale, devo portare con me anche il lettore dvd a causa dei codici che limitano la leggibilità dei DVD nelle varie regioni del globo, ma non solo, ulteriori restrizioni al dirito di fruire, senza alcuna violazione di copyright, di prodotti simili sono alle porte, VEDI:
http://www.partito-pirata.it/liberate_la_TV_digitale.html
La globalizzazione a senso unico è quello che vogliono le aziende: loro devono poter vendere ovunque, ma il consumatore deve fruire solo dove stabiliscono loro!
http://www.partito-pirata.it/liberate_la_TV_digitale.html
La globalizzazione a senso unico è quello che vogliono le aziende: loro devono poter vendere ovunque, ma il consumatore deve fruire solo dove stabiliscono loro!
domenica, settembre 20, 2009
Agriturismo ad Acquaviva Picena
Tre giorni di settenbre trascorsi in questa bella località delle Marche in questo agriturismo posto in posizione periferica rispetto al paese, ma vicino alla strada per Offida (vedi foto sopra), bellissimo centro un poco più all'interno.
Avevo cercato un agriturismo con piscina e aria condizionata, anche se costava un po' di più perché so che in settembre l'Adriatico è spesso capriccioso e inoltre l'afa di agosto mi aveva veramente stancato e già dormire fuori dal proprio letto può essere seccante se poi si soffoca dal caldo c'è da rovinarsi le vacanze.
La piscina era verde di alghe,
inutilizzabile, l'aria condizionata ha funzionato la prima sera, nelle successive no, ma quel chè stato peggio: la finestra non aveva persiane, solo scuri e niente tende, quindi o dormire al piano terra con la finestra spalancata, in bella vista, o dormire in un sarcofago. Nota positiva: hanno un impianto solare per scaldare l'acqua e stanno costruendo un impianto fotovoltaico. Probabilmente nella stagione più fresca sarà più confortevole.
Spero.
La donna che dovrebbe fare le pulizie in camera ci ha chiesto: "Ha bisogno che faccia le pulizie?" il cui ovvio corollario era: "Siete così zozzoni che devo venire a pulire la stanza?" Ovviamente le si ha risposto :"No grazie", visto che avevamo appena fatto colazione e costei sembrava che volesse andarsene dopo averci preparato il caffelatte, nota positiva: le brioches erano buone, anche se ne erano state calcolate una e mezza a testa di media.
Il ristorante "La Paesana" degli stessi proprietari dell'agriturismo, è risultato buono e a prezzi contenuti, ma anch'esso non ci ha fatto la ricevuta fiscale.
sabato, agosto 22, 2009
Kamikaze esploso in auto
Durante una coda lungo l'autostrada del sole in provincia di Crotone, è esplosa un'auto, dalle prime risultanze degli esperti, pare che si trattasse di un tentativo di attentato ad un noto campeggio nudista, presso cui il kamikaze, che aveva mangiato per otto giorni solo fagioli, aveva prenotato un bungalow in muratura onde fare il più danni possibile.
L'esplosione pare si sia verificata a causa dei ritardi nel viaggio non preventivati e a causa delle foderine sintetiche dei sedili dell'auto, che hanno dato luogo ad una scintilla proprio durante il movimento di riassestamento su entrambe le natiche dopo un'emissione di gas effettuata dal soggetto per allentare la tensione intestinale.
nessun altro ferito, ma il viadotto su cui viaggiava il kamikaze è stato chiuso per accertamenti.
L'esplosione pare si sia verificata a causa dei ritardi nel viaggio non preventivati e a causa delle foderine sintetiche dei sedili dell'auto, che hanno dato luogo ad una scintilla proprio durante il movimento di riassestamento su entrambe le natiche dopo un'emissione di gas effettuata dal soggetto per allentare la tensione intestinale.
nessun altro ferito, ma il viadotto su cui viaggiava il kamikaze è stato chiuso per accertamenti.
domenica, agosto 02, 2009
Val di Funes
Da un paio di settimane un vecchio amico, ora in carrozzina per la sclerosi multipla, mi ha chiesto di accompagnare lui e la sua fidanzata, che non ha patente, in Val di Funes, dove trascorreranno un paio di settimane, l'andata era prevista per mercoledì 29 luglio. La notte precedente, all'una e mezza, mi sveglia un dolore tra il petto e la scapola sinistra, il mio innato ottimismo mi fa subito escludere l'infarto, ma, cercando una posizione confortevole, arrivano le quattro, alle sei e mezzo, mentre faccio colazione mi accorgo che un herpes attenta al fascino del mio labbro inferiore, alle sette esco di casa e vado a prendere la sua fidanzata, alle otto siamo dal mio amico.
Mentre io scarico i suoi bagagli dalla mia auto, la fidanzata sale a prendere le chiavi del box, dove ci aspetta l'auto della sorella del mio amico che è più grande della mia e permette di caricare la carrozzina.
Così faccio lo scambio delle auto e, dopo avere sistemato i bagagli, mentre il mio amico commenta come "macchinosa" quella partenza, partiamo per la Val di Funes dove arriviamo alle tredici.
Dopo pranzo, anche a causa dell'herpes, dormo tre ore filate e la sera alle dieci e mezzo crollo di nuovo.
La mattina dopo alle nove riparto e arrivo a Milano verso la una, sto per andare a scambiare le auto, quando mi rendo conto della situazione paradossale in cui mi trovo, le mie chiavi del suo box sono a casa mia e le mie chiavi di casa, per non girare con peso "inutile" le ho lasciate nella mia auto, nel suo box. Aspettando di trovare una soluzione vado all'IKEA a prendere un po' di fresco e intanto faccio qualche telefonata, non è molto fresco e quando finalmente trovo una soluzione e voglio uscire in fretta, per andare a prendere le chiavi di riserva di casa mia da mia sorella, maledico tutti gli svedesi che hanno progettato quel labirinto.
Alle 15 e 15 mi trovo, diretto a Milano, sulla via Lorenteggio quando, a un semaforo verde, la macchina davanti a me improvvisamente frena e senza che sappia come e perché la tampono, quella, una Mercedes classe A, a sua volta tampona una Toyota RAV e questa a sua volta tocca una Alfa Romeo 147.
Sul momento sembra che nessuno si sia fatto niente, solo una bambina che si è spaventata nella Mercedes piange in braccio alla nonna, passa un'ambulanza che, vedendo piangere una bimba, a fianco di macchine ferme per incidente, si ferma a sua volta, in seconda fila, in una strada a di traffico intenso, dopo qualche minuto arrivano i vigili di Corsico e la nonna e il conducente della Toyota cominciano a dare segni di dolenzia: chi al fianco e chi al collo, i vigili chiedono se l'ambulanza li può portare al pronto soccorso, ma loro dicono che bisogna chiamare il 118, perché soltanto loro possono decidere chi può intervenire, così arriva una seconda ambulanza che porta via gli infortunati. Mentre la bimba, indenne, viene portata a casa dal padre, accorso nel frattempo.
Allora i vigili , che avevano ritirato i documenti di tutti gli automobilisti e delle auto coinvolte, procedono a fotografare i danni e a stendere i verbali in un furgone "ufficio", la nonna della Mercedes torna dal pronto soccorso, e le testimonianze sue, del conducente dell'Alfa Romeo e mia ci accompagnano fino alle 17.25, quando, con una multa per mancato rispetto della distanza di sicurezza, vengo cortesemente congedato.
Per fortuna la Skoda si muove senza problemi e così, dopo altre tre mezze traversate della città (prendere le chiavi di casa mia da mia sorella, prendere a casa mia le chiavi del box del mio amico, andare a casa sua per scambiare le auto e ritorno a casa) riesco ad arrivare al mio divano da dove comincio a fare relazioni telefoniche dei danni al mio amico, a sua sorella e al marito della sorella, sono stati tutti molto cortesi e comprensivi, più preoccupati della mia incolumità e di altri eventuali feriti che non dei danni, ma nel caso sia sfuggito: la temperatura di quel giorno a Milano era di circa 34 gradi con alta umidità relativa.
Mentre io scarico i suoi bagagli dalla mia auto, la fidanzata sale a prendere le chiavi del box, dove ci aspetta l'auto della sorella del mio amico che è più grande della mia e permette di caricare la carrozzina.
Così faccio lo scambio delle auto e, dopo avere sistemato i bagagli, mentre il mio amico commenta come "macchinosa" quella partenza, partiamo per la Val di Funes dove arriviamo alle tredici.
Dopo pranzo, anche a causa dell'herpes, dormo tre ore filate e la sera alle dieci e mezzo crollo di nuovo.
La mattina dopo alle nove riparto e arrivo a Milano verso la una, sto per andare a scambiare le auto, quando mi rendo conto della situazione paradossale in cui mi trovo, le mie chiavi del suo box sono a casa mia e le mie chiavi di casa, per non girare con peso "inutile" le ho lasciate nella mia auto, nel suo box. Aspettando di trovare una soluzione vado all'IKEA a prendere un po' di fresco e intanto faccio qualche telefonata, non è molto fresco e quando finalmente trovo una soluzione e voglio uscire in fretta, per andare a prendere le chiavi di riserva di casa mia da mia sorella, maledico tutti gli svedesi che hanno progettato quel labirinto.
Alle 15 e 15 mi trovo, diretto a Milano, sulla via Lorenteggio quando, a un semaforo verde, la macchina davanti a me improvvisamente frena e senza che sappia come e perché la tampono, quella, una Mercedes classe A, a sua volta tampona una Toyota RAV e questa a sua volta tocca una Alfa Romeo 147.
Sul momento sembra che nessuno si sia fatto niente, solo una bambina che si è spaventata nella Mercedes piange in braccio alla nonna, passa un'ambulanza che, vedendo piangere una bimba, a fianco di macchine ferme per incidente, si ferma a sua volta, in seconda fila, in una strada a di traffico intenso, dopo qualche minuto arrivano i vigili di Corsico e la nonna e il conducente della Toyota cominciano a dare segni di dolenzia: chi al fianco e chi al collo, i vigili chiedono se l'ambulanza li può portare al pronto soccorso, ma loro dicono che bisogna chiamare il 118, perché soltanto loro possono decidere chi può intervenire, così arriva una seconda ambulanza che porta via gli infortunati. Mentre la bimba, indenne, viene portata a casa dal padre, accorso nel frattempo.
Allora i vigili , che avevano ritirato i documenti di tutti gli automobilisti e delle auto coinvolte, procedono a fotografare i danni e a stendere i verbali in un furgone "ufficio", la nonna della Mercedes torna dal pronto soccorso, e le testimonianze sue, del conducente dell'Alfa Romeo e mia ci accompagnano fino alle 17.25, quando, con una multa per mancato rispetto della distanza di sicurezza, vengo cortesemente congedato.
Per fortuna la Skoda si muove senza problemi e così, dopo altre tre mezze traversate della città (prendere le chiavi di casa mia da mia sorella, prendere a casa mia le chiavi del box del mio amico, andare a casa sua per scambiare le auto e ritorno a casa) riesco ad arrivare al mio divano da dove comincio a fare relazioni telefoniche dei danni al mio amico, a sua sorella e al marito della sorella, sono stati tutti molto cortesi e comprensivi, più preoccupati della mia incolumità e di altri eventuali feriti che non dei danni, ma nel caso sia sfuggito: la temperatura di quel giorno a Milano era di circa 34 gradi con alta umidità relativa.
giovedì, luglio 16, 2009
Il Gran Norcino si esprime sulla legge sul testamento biologico
Il Gran Norcino si esprime sulla legge sul testamento biologico
Il Gran Norcino della Chiesa Maialista Occidentale si esprime sulla legge sul testamento biologico, in esame attualmente in Parlamento, con un comunicato molto duro che le principali agenzie di stampa stanno cercando di ignorare, ne riportiamo perciò i passi principali pensando di fare cosa utile.
“Se non avessimo la possibilità in ogni momento di porre fine alla nostra vita terrena, come ci è stata donata dal Verro, si metterebbe in atto una bestemmia “ipso facto”, in quanto proprio la possibilità di rifutare un dono caratterizza il dono, altrimenti trasformato in obbligo e ponendo fine al concetto stesso di libero arbitrio e di libera scelta, di libera adesione al messaggio di comunione e di fratellanza tra tutti i mammiferi che si abbeverarono alle mammelle della Scrofa, Madre di tutte le madri.”
“Il concetto di “libero arbitrio”, che la Chiesa Maialista Occidentale ha in comune con quella Orientale e con molte altre Chiese, verrebbe messo in pericolo dalla legge in esame proprio nel momento in cui l’individuo, privato della possibilità di agire in proprio si affida ad altri, alla società, per meritare o meno la sua vita ulteriore o la sua ascesi, privandolo della possibilità di portare alle sue estreme conseguenze le sue scelte, lo si priva della possibilità di meritare o meno la vita ulteriore o l’ascesi”
La Chiesa Maialista Occidentale e quella Orientale, divise su questioni formali sono però sostanzialmente unite su quelle teologico-etiche, ci si attende a breve, secondo fonti vicine al Gran Norcino di Taipei, una considerazione di solidarietà in merito da parte dell’Assemblea dei Norcini Orientali.
Il Gran Norcino della Chiesa Maialista Occidentale si esprime sulla legge sul testamento biologico, in esame attualmente in Parlamento, con un comunicato molto duro che le principali agenzie di stampa stanno cercando di ignorare, ne riportiamo perciò i passi principali pensando di fare cosa utile.
“Se non avessimo la possibilità in ogni momento di porre fine alla nostra vita terrena, come ci è stata donata dal Verro, si metterebbe in atto una bestemmia “ipso facto”, in quanto proprio la possibilità di rifutare un dono caratterizza il dono, altrimenti trasformato in obbligo e ponendo fine al concetto stesso di libero arbitrio e di libera scelta, di libera adesione al messaggio di comunione e di fratellanza tra tutti i mammiferi che si abbeverarono alle mammelle della Scrofa, Madre di tutte le madri.”
“Il concetto di “libero arbitrio”, che la Chiesa Maialista Occidentale ha in comune con quella Orientale e con molte altre Chiese, verrebbe messo in pericolo dalla legge in esame proprio nel momento in cui l’individuo, privato della possibilità di agire in proprio si affida ad altri, alla società, per meritare o meno la sua vita ulteriore o la sua ascesi, privandolo della possibilità di portare alle sue estreme conseguenze le sue scelte, lo si priva della possibilità di meritare o meno la vita ulteriore o l’ascesi”
La Chiesa Maialista Occidentale e quella Orientale, divise su questioni formali sono però sostanzialmente unite su quelle teologico-etiche, ci si attende a breve, secondo fonti vicine al Gran Norcino di Taipei, una considerazione di solidarietà in merito da parte dell’Assemblea dei Norcini Orientali.
mercoledì, luglio 08, 2009
Contro l'esproprio del diritto alla vita
"Contro l'esproprio del diritto alla vita", può sembrare una contraddizione, ma se la legge in discussione alla Camera in Italia toglie la possibiltà di decidere in merito alla idratazione e nutrizione del proprio corpo in condizione di non più esprimersi e rifiutarsi fisicamente, evidentemente la vita diviene un "dovere" e con ciò si afferma un esproprio del "diritto alla vita" negando proprio un concetto alla base del cristianesimo il cosiddetto "libero arbitrio".
martedì, giugno 30, 2009
In morte di M.J.
Non era davvero vivo
Forse non lo era mai stato
Non poteva quindi morire
Non poteva davvero morire
Inventarsi una vita
Acquistare una razza,
Un naso e una faccia
In regalo non aveva accettato
Che una voce ed un canto
Non era stato mai bimbo
E bimbo ha voluto restare
Aveva comprato una stirpe
Cercando l’eterno in un grembo
Che aveva soltanto affittato
Avrebbe voluto astrarsi volare
Così in astratto durare.
Milano 29 Giugno 2009
Forse non lo era mai stato
Non poteva quindi morire
Non poteva davvero morire
Inventarsi una vita
Acquistare una razza,
Un naso e una faccia
In regalo non aveva accettato
Che una voce ed un canto
Non era stato mai bimbo
E bimbo ha voluto restare
Aveva comprato una stirpe
Cercando l’eterno in un grembo
Che aveva soltanto affittato
Avrebbe voluto astrarsi volare
Così in astratto durare.
Milano 29 Giugno 2009
lunedì, giugno 29, 2009
Il commiato
Sono restato così, stupito,
a pochi metri da un corpo morto,
chè la vita il mare s’era preso,
lì a fianco siamo rimasti tutti,
lì, in costume, silenziosi,
noi si guardava il mare,
e chi lo interrogava tacendo,
chi, invece, parlando l’ascoltava.
Abbiamo atteso, insieme a lui,
il commiato dal mare in una bara.
Milano 28 Giugno 2009
a pochi metri da un corpo morto,
chè la vita il mare s’era preso,
lì a fianco siamo rimasti tutti,
lì, in costume, silenziosi,
noi si guardava il mare,
e chi lo interrogava tacendo,
chi, invece, parlando l’ascoltava.
Abbiamo atteso, insieme a lui,
il commiato dal mare in una bara.
Milano 28 Giugno 2009
mercoledì, giugno 10, 2009
La badante, la badata e la figlia liberata
Donna, ferita, sanguinante,
nella casa in cui esiliata,
lavoravi in nero, badante,
sei morta dimenticata,
temevi un nuovo esilio,
nessuno ti ha sentito
accedere al martirio
sull’altare costruito,
per sentirsi padroni,
con legge insipiente,
da immemori coglioni,
fuori non sei niente
dentro, tu sei, nascosta,
per la figlia della badata,
la carriera, preposta
alla madre malata.
Ma è più spesso l’uomo
che affida la madre
alla badante illegale,
è più spesso l’uomo,
che le affida il padre,
dopo averle negato
l’ingresso legale.
Dopo avere votato.
nella casa in cui esiliata,
lavoravi in nero, badante,
sei morta dimenticata,
temevi un nuovo esilio,
nessuno ti ha sentito
accedere al martirio
sull’altare costruito,
per sentirsi padroni,
con legge insipiente,
da immemori coglioni,
fuori non sei niente
dentro, tu sei, nascosta,
per la figlia della badata,
la carriera, preposta
alla madre malata.
Ma è più spesso l’uomo
che affida la madre
alla badante illegale,
è più spesso l’uomo,
che le affida il padre,
dopo averle negato
l’ingresso legale.
Dopo avere votato.
venerdì, giugno 05, 2009
Vergognarsi di essere italiano. Berlusconi e il suo governo mi causano un grave danno esistenziale.
La difficoltà di riconoscersi in una nazione la cui classe dirigente esprime al peggio le pulsioni della parte peggiore della società. Ecco un motivo di grave depressione che sta minando la mia salute, le mie difese immunitarie sono ai minimi, sono preda di orzaiuoli, di infezioni alle unghie, mi vengono calli che non ho mai avuto, yoghurt e cracker mi danno la gastrite. Sarà possibile fare causa alla compagine di governo per danno esitenziale?
martedì, aprile 28, 2009
Sui colli della Val d'Aso 1955
Il paese non aveva che una sola strada che, a spirale, saliva dalla Porta alla spianata intorno alla Torre.
La Torre dell’orologio non è mai stata un campanile, fu costruita nel 1831, al centro dell’antica rocca, di cui altro non resta che le fondamenta delle mura, inglobate nelle case intorno alla spianata di sassi incuneati con cura.
Era, la spianata, come un’enorme aia leggermente convessa su cui si aprivano le porte delle case che dominavano il paese e, tra queste, la bottega del falegname e quella del fornaio erano alle estremità del lato esposto a sud.
C’era in quella disposizione un’antica saggezza, l’uno aveva il forno sempre acceso e il suo fumo salendo dalla cima del colle non avrebbe disturbato nessuno, l’altro, pur stando a distanza dal fuoco del fornaio, avrebbe disturbato meno, rumoreggiando nella sua bottega, lì sulla cima, ché, come si sa, anche il suono “a cono sal nell’àere”, inoltre erano, quelle di quel lato del piazzale, le uniche facciate ariose e soleggiate del paese, essendo le altre sulla stretta e ripida via che lì menava dalla Porta.
Altre botteghe aprivano le loro porte sulla via, nell’ombra, c’era il barbiere, in un locale a smalto color burro, e, quasi in fronte a lui, c’era la “privativa” dei tabacchi e dei bolli, di pochi giochi e dei quaderni, con al suo fianco l’osteria, il padrone era lo stesso e passava, da un ruolo all’altro, da una stretta apertura nel muro che le divideva, attraverso una cortina di catene d’alluminio, insieme all’odore del vino rovesciato e stantio che sempre intorno gli aleggiava.
Un poco più avanti, dove una strada usciva dall’abitato verso una chiesa e quindi al cimitero, c’era il macellaio e intorno l’odore di sangue che sempre ristagnava. Era, la chiesa, molto più nuova del resto del paese, aveva cinquanta o cento anni, mentre la struttura del paese, la più antica, quella delle case a strapiombo con le mura sulle pendici aspre del colle aveva fondamenta tra i mille e i cinquecento anni addietro.
La costa dell’ascolano ebbe gli ultimi suoi pirati a saccheggiarla nel 1815, ma, fino ad allora, dai Liburni, che contesero ai Romani l’Adriatico, ai Narentani, che combatterono i Veneziani per circa cinque secoli, ai Barbareschi e agli Uscocchi, non vi fu generazione, su queste coste, che non conobbe qualche razzia.
Così, dall’esterno, il paese sembrava una Torre di Babele: dalle rocce scabre salivano semi-pilastri di pietra e di mattoni che, disuguali, si univano in arditi archi, nelle rientranze, a fare da base a un piano superiore di muri-pilastri irregolari, tra cui, ogni tanto, qualcuna aveva come un terrazzino a cui scendeva dall’alto una scaletta e una colombaia o un alveare stavano a sfruttare lo stretto spazio tra la roccia e il vuoto, più sopra un altro piano correva, disuguale, di pilastri di pietra e di mattoni ancora, ad alti archi congiunti, e qui i pollai avevano più aggio, forse due metri, a loro stava sopra un piano quasi continuo, ma di diversa altezza, di archi e pilastri di mattoni, le volte più basse si aprivano su loggiati scuri e più profondi, a volte chiusi da un muro con una piccola finestra, erano, in fine, le cantine delle case, che gli crescevan sopra con altri quattro piani, o cinque, di finestre strette, sulla valle, ma con solo due, o tre, fuori di terra, sulla via.
Di là dalla strada, verso monte, un’altra fila di case aveva tre o quattro piani, quanto bastava perché l’ultimo piano vedesse l’orizzonte, sopra la cinta più esterna, ma non erano, queste, grandi case, ad onta dell’altezza, non avevano che una stanza per lato, a fianco della scala e, dietro, il monte.
Sopra di esse, fondendosi con i loro tetti saliva, come una cupola, la roccia liscia su cui ergeva le sue antiche mura la Rocca e dal suo centro la Torre, fino al mare, gettava sguardi inquieti.
In quel paese scabro, di pietre e di mattoni, pochi, di coppi non rossi ma grigi, o gialli di licheni, nella sua strada che dalla chiesa menava fino a casa, versai il mio sangue dalla gota imberbe. Giocando a marito e moglie, con la mia prima fidanzata “seria”, avevo trovato una lametta da rasoio vicino a un tombino e, specchiandomi nel secchio accanto alla fontana, beato mi radevo serio serio, finché si tinse del mio sangue il secchio, quattro anni mi sembrarono pochi per morire così, solo per gioco, corsi ricordo fino a casa, ma non era niente, la nonna mi sapeva coccolare, mi fece lo zabaione con il pane!
Era un paese che si sapeva divertire: lungo la strada, ripida, in discesa, una volta all’anno c’era la gara dei “carrozzi”, trappole con ruote di fortuna, che i ragazzi costruivano per la corsa e quasi sempre finivano distrutte.
Ma quel paese aveva per me un “bonus” sopra ogni cosa, il falegname era mio zio e in quella sua bottega ho conosciuto il legno e la sua vena, come la pialla l’accarezza, oppure lo scheggia, e che non dura il chiodo oltre un momento, che per un falegname la vite è un’offesa al legno, altro non serve che la colla e un buon incastro.
Conobbi, dalla sua cantina, scendendo ancora, l’ebbrezza di una vertigine impossibile, avendo una ringhiera malferma sopra il vuoto, conobbi l’Orsa Minore, conobbi che nulla esiste di assoluto.
Ebbi conoscenze tramandate di generazione in generazione di bambini, su come fare esplosivi con zucchero, zolfo, carbone e pillole per il mal di gola.
Resta per me, quel borgo, un luogo della conoscenza che sono orgoglioso d’avere tanto amato.
Milano 27 Aprile 2009
La Torre dell’orologio non è mai stata un campanile, fu costruita nel 1831, al centro dell’antica rocca, di cui altro non resta che le fondamenta delle mura, inglobate nelle case intorno alla spianata di sassi incuneati con cura.
Era, la spianata, come un’enorme aia leggermente convessa su cui si aprivano le porte delle case che dominavano il paese e, tra queste, la bottega del falegname e quella del fornaio erano alle estremità del lato esposto a sud.
C’era in quella disposizione un’antica saggezza, l’uno aveva il forno sempre acceso e il suo fumo salendo dalla cima del colle non avrebbe disturbato nessuno, l’altro, pur stando a distanza dal fuoco del fornaio, avrebbe disturbato meno, rumoreggiando nella sua bottega, lì sulla cima, ché, come si sa, anche il suono “a cono sal nell’àere”, inoltre erano, quelle di quel lato del piazzale, le uniche facciate ariose e soleggiate del paese, essendo le altre sulla stretta e ripida via che lì menava dalla Porta.
Altre botteghe aprivano le loro porte sulla via, nell’ombra, c’era il barbiere, in un locale a smalto color burro, e, quasi in fronte a lui, c’era la “privativa” dei tabacchi e dei bolli, di pochi giochi e dei quaderni, con al suo fianco l’osteria, il padrone era lo stesso e passava, da un ruolo all’altro, da una stretta apertura nel muro che le divideva, attraverso una cortina di catene d’alluminio, insieme all’odore del vino rovesciato e stantio che sempre intorno gli aleggiava.
Un poco più avanti, dove una strada usciva dall’abitato verso una chiesa e quindi al cimitero, c’era il macellaio e intorno l’odore di sangue che sempre ristagnava. Era, la chiesa, molto più nuova del resto del paese, aveva cinquanta o cento anni, mentre la struttura del paese, la più antica, quella delle case a strapiombo con le mura sulle pendici aspre del colle aveva fondamenta tra i mille e i cinquecento anni addietro.
La costa dell’ascolano ebbe gli ultimi suoi pirati a saccheggiarla nel 1815, ma, fino ad allora, dai Liburni, che contesero ai Romani l’Adriatico, ai Narentani, che combatterono i Veneziani per circa cinque secoli, ai Barbareschi e agli Uscocchi, non vi fu generazione, su queste coste, che non conobbe qualche razzia.
Così, dall’esterno, il paese sembrava una Torre di Babele: dalle rocce scabre salivano semi-pilastri di pietra e di mattoni che, disuguali, si univano in arditi archi, nelle rientranze, a fare da base a un piano superiore di muri-pilastri irregolari, tra cui, ogni tanto, qualcuna aveva come un terrazzino a cui scendeva dall’alto una scaletta e una colombaia o un alveare stavano a sfruttare lo stretto spazio tra la roccia e il vuoto, più sopra un altro piano correva, disuguale, di pilastri di pietra e di mattoni ancora, ad alti archi congiunti, e qui i pollai avevano più aggio, forse due metri, a loro stava sopra un piano quasi continuo, ma di diversa altezza, di archi e pilastri di mattoni, le volte più basse si aprivano su loggiati scuri e più profondi, a volte chiusi da un muro con una piccola finestra, erano, in fine, le cantine delle case, che gli crescevan sopra con altri quattro piani, o cinque, di finestre strette, sulla valle, ma con solo due, o tre, fuori di terra, sulla via.
Di là dalla strada, verso monte, un’altra fila di case aveva tre o quattro piani, quanto bastava perché l’ultimo piano vedesse l’orizzonte, sopra la cinta più esterna, ma non erano, queste, grandi case, ad onta dell’altezza, non avevano che una stanza per lato, a fianco della scala e, dietro, il monte.
Sopra di esse, fondendosi con i loro tetti saliva, come una cupola, la roccia liscia su cui ergeva le sue antiche mura la Rocca e dal suo centro la Torre, fino al mare, gettava sguardi inquieti.
In quel paese scabro, di pietre e di mattoni, pochi, di coppi non rossi ma grigi, o gialli di licheni, nella sua strada che dalla chiesa menava fino a casa, versai il mio sangue dalla gota imberbe. Giocando a marito e moglie, con la mia prima fidanzata “seria”, avevo trovato una lametta da rasoio vicino a un tombino e, specchiandomi nel secchio accanto alla fontana, beato mi radevo serio serio, finché si tinse del mio sangue il secchio, quattro anni mi sembrarono pochi per morire così, solo per gioco, corsi ricordo fino a casa, ma non era niente, la nonna mi sapeva coccolare, mi fece lo zabaione con il pane!
Era un paese che si sapeva divertire: lungo la strada, ripida, in discesa, una volta all’anno c’era la gara dei “carrozzi”, trappole con ruote di fortuna, che i ragazzi costruivano per la corsa e quasi sempre finivano distrutte.
Ma quel paese aveva per me un “bonus” sopra ogni cosa, il falegname era mio zio e in quella sua bottega ho conosciuto il legno e la sua vena, come la pialla l’accarezza, oppure lo scheggia, e che non dura il chiodo oltre un momento, che per un falegname la vite è un’offesa al legno, altro non serve che la colla e un buon incastro.
Conobbi, dalla sua cantina, scendendo ancora, l’ebbrezza di una vertigine impossibile, avendo una ringhiera malferma sopra il vuoto, conobbi l’Orsa Minore, conobbi che nulla esiste di assoluto.
Ebbi conoscenze tramandate di generazione in generazione di bambini, su come fare esplosivi con zucchero, zolfo, carbone e pillole per il mal di gola.
Resta per me, quel borgo, un luogo della conoscenza che sono orgoglioso d’avere tanto amato.
Milano 27 Aprile 2009
lunedì, aprile 20, 2009
“48” O’ Sismologo
L’istituto di sismologia era chiuso e in tutta la città universitaria l’unica luce accesa era quella dello studiolo al terzo piano, dove il computer ronzava e ogni tanto tossicchiava.
Arnaldo Tomato si era appisolato, aveva aperto il cassetto basso di sinistra, per appoggiarci le gambe, quello alto a destra, per la testa e si era fatto una specie di amaca con la poltroncina del tecnico mentre il computer faceva le veci delle cicale, non fosse stato per il solito sogno, con quello stronzo del suo professore di educazione artistica che commentava i suoi disegni chiamandolo arnaldo pomodoro e gli diceva di spremersi di più, che quello non era un succo degno di Arnarldo Pomodoro, ma di Arnaldo Broccolo…
Ma infine verso le 3.30 il computer tacque e dopo un istante, come una madre all’improvviso silenzio, si svegliò Arnaldo e subito mosse il mouse per riattivare lo schermo.
Il mouse si era intorpidito, o era la sua mano? Comunque riuscì a scorrere il foglio di calcolo fino alla fine e lì in grassetto appariva la previsione, accurata al 67%, nel giro di 300 ore, in base alle misurazioni che aveva effettuato nella zona dei Campi Flegrei e alle solfatare di Pozzuoli, si sarebbe verificato un terremoto di magnitudo tra 5,5 e 7,1 che avrebbe potuto anche causare dislocamenti tettonici tali da innescare anche una successiva eruzione del Vesuvio. In realtà l’eruzione avrebbe anche potuto riguardare l’area dei Campi Flegrei direttamente, ma per sapere quale dei due vulcani si sarebbe più probabilmente svegliato ci sarebbe stato bisogno di una campagna di rilevazioni più estesa.
L’adrenalina scorreva veloce, gli sembrava quasi di sentire le contrazioni delle ghiandole surrenali, ma probabilmente era solo il sonno sull’”amaca”. Doveva subito avvertire la Protezione Civile, e il Prefetto, non c’era tempo da perdere.
Ma, già c’era stato il caso di quel sismologo che aveva preannunciato un terremoto in Abruzzo ed era stato denunciato per procurato allarme…
Inoltre aveva usato le sonde dell’istituto al di fuori dei suoi compiti istituzionali, senza il placet del Professore…
Lui doveva stare attento a come si muoveva era un piuccheprecario, era quasi un abusivo, il Prof ogni tanto gli faceva fare delle perizie che poi firmava e gli passava la metà dell’onorario, che poi era un bel regalo gli diceva, visto che lui aveva tutti soldi esentasse in nero e le tasse, anche per la sua parte, le pagava il Prof.
Non se ne veniva fuori, altro che cattedra e finalmente mettere su casa con la sua “zucchina” qui c’era da perdere anche quel poco.
Ma quanta gente viveva sulle falde del Vesuvio, su quei palazzi costruiti su quegli intrecci di pilastri, come nidi su cespugli, quanta si sarebbe riversata sulla disastrata viabilità, quanti ancora vivevano abusivi nelle case con il decreto di inagibilità ormai illeggibile sulla porta, nei vicoli con le travi che tenevano su una casa appoggiandosi a quella di fronte e via, come un infinito porticato o un castello di carte?
Quante case erano state rialzate a ogni condono di un altro piano? E lui, era meglio lui, che saputo dal cugino del condono “arrivando”, aveva fatto due locali sul terrazzo di zia Cettina, promettendole che non l’avrebbe lasciata morire di cancro, ma che le avrebbe comprato quattro dosi e l’avrebbe aiutata a iniettarsela e poi non ne aveva avuto il coraggio, e l’aveva vista spegnersi, mentre tormentata dal dolore si mordeva a sangue le guance per non urlare e lo guardava ormai non più implorante, solo dispiaciuta.
Sapeva quello che zia Cettina non gli aveva mai detto, sapeva quello che lei pensava: suo cugino, il figlio di zia Cettina, era stato un “omo” lui era solo un ragazzo e lo sarebbe sempre stato; suo cugino, quando il padre era stato ferito in un conflitto tra contrabbandieri, a soli sedici anni era andato in ospedale e aveva ammazzato il feritore e adesso era a Poggioreale con un rene in meno a causa di una rissa e altri quindici anni per lo stesso motivo, ne aveva ammazzato uno e quasi sgozzato un altro.
No non aveva la stoffa dell’eroe, così aveva solo sprecato gli ultimi 25 fine settimana, aveva litigato con Fabiana tante di quelle volte…
Lo scoramento gli fece un groppo in gola, ingoiò lacrime di frustrazione e catarro che non sapeva di avere.
Tutti i sacrifici dei suoi genitori, sua sorella che si era sposata quell’imbecille di Ottaviano per andarsene di casa perché era gelosa di tutte le speranze di riscatto che i loro genitori riversavano su di lui, tutto inutile.
Non poteva fare niente per i suoi concittadini, non è che meritassero molto, è vero, ogni volta che andava a gettare la spazzatura e vedeva tutto buttato alla “sanfasò”: carta, vetri, lattine, teste di pesce; gli veniva una rabbia…
Ma il suo fallimento, essere così vicino…
No, non poteva continuare a macerarsi così, doveva fare qualcosa di costruttivo!
Subito, prima che arrivassero i colleghi!
Aprì il suo c/c e il deposito amministrato e con la leva finanziaria mise ordini per “future” su azioni di tre società che producevano cemento, poi cancellò il programma e se ne andò a dormire.
Milano 7 Aprile 2009
Arnaldo Tomato si era appisolato, aveva aperto il cassetto basso di sinistra, per appoggiarci le gambe, quello alto a destra, per la testa e si era fatto una specie di amaca con la poltroncina del tecnico mentre il computer faceva le veci delle cicale, non fosse stato per il solito sogno, con quello stronzo del suo professore di educazione artistica che commentava i suoi disegni chiamandolo arnaldo pomodoro e gli diceva di spremersi di più, che quello non era un succo degno di Arnarldo Pomodoro, ma di Arnaldo Broccolo…
Ma infine verso le 3.30 il computer tacque e dopo un istante, come una madre all’improvviso silenzio, si svegliò Arnaldo e subito mosse il mouse per riattivare lo schermo.
Il mouse si era intorpidito, o era la sua mano? Comunque riuscì a scorrere il foglio di calcolo fino alla fine e lì in grassetto appariva la previsione, accurata al 67%, nel giro di 300 ore, in base alle misurazioni che aveva effettuato nella zona dei Campi Flegrei e alle solfatare di Pozzuoli, si sarebbe verificato un terremoto di magnitudo tra 5,5 e 7,1 che avrebbe potuto anche causare dislocamenti tettonici tali da innescare anche una successiva eruzione del Vesuvio. In realtà l’eruzione avrebbe anche potuto riguardare l’area dei Campi Flegrei direttamente, ma per sapere quale dei due vulcani si sarebbe più probabilmente svegliato ci sarebbe stato bisogno di una campagna di rilevazioni più estesa.
L’adrenalina scorreva veloce, gli sembrava quasi di sentire le contrazioni delle ghiandole surrenali, ma probabilmente era solo il sonno sull’”amaca”. Doveva subito avvertire la Protezione Civile, e il Prefetto, non c’era tempo da perdere.
Ma, già c’era stato il caso di quel sismologo che aveva preannunciato un terremoto in Abruzzo ed era stato denunciato per procurato allarme…
Inoltre aveva usato le sonde dell’istituto al di fuori dei suoi compiti istituzionali, senza il placet del Professore…
Lui doveva stare attento a come si muoveva era un piuccheprecario, era quasi un abusivo, il Prof ogni tanto gli faceva fare delle perizie che poi firmava e gli passava la metà dell’onorario, che poi era un bel regalo gli diceva, visto che lui aveva tutti soldi esentasse in nero e le tasse, anche per la sua parte, le pagava il Prof.
Non se ne veniva fuori, altro che cattedra e finalmente mettere su casa con la sua “zucchina” qui c’era da perdere anche quel poco.
Ma quanta gente viveva sulle falde del Vesuvio, su quei palazzi costruiti su quegli intrecci di pilastri, come nidi su cespugli, quanta si sarebbe riversata sulla disastrata viabilità, quanti ancora vivevano abusivi nelle case con il decreto di inagibilità ormai illeggibile sulla porta, nei vicoli con le travi che tenevano su una casa appoggiandosi a quella di fronte e via, come un infinito porticato o un castello di carte?
Quante case erano state rialzate a ogni condono di un altro piano? E lui, era meglio lui, che saputo dal cugino del condono “arrivando”, aveva fatto due locali sul terrazzo di zia Cettina, promettendole che non l’avrebbe lasciata morire di cancro, ma che le avrebbe comprato quattro dosi e l’avrebbe aiutata a iniettarsela e poi non ne aveva avuto il coraggio, e l’aveva vista spegnersi, mentre tormentata dal dolore si mordeva a sangue le guance per non urlare e lo guardava ormai non più implorante, solo dispiaciuta.
Sapeva quello che zia Cettina non gli aveva mai detto, sapeva quello che lei pensava: suo cugino, il figlio di zia Cettina, era stato un “omo” lui era solo un ragazzo e lo sarebbe sempre stato; suo cugino, quando il padre era stato ferito in un conflitto tra contrabbandieri, a soli sedici anni era andato in ospedale e aveva ammazzato il feritore e adesso era a Poggioreale con un rene in meno a causa di una rissa e altri quindici anni per lo stesso motivo, ne aveva ammazzato uno e quasi sgozzato un altro.
No non aveva la stoffa dell’eroe, così aveva solo sprecato gli ultimi 25 fine settimana, aveva litigato con Fabiana tante di quelle volte…
Lo scoramento gli fece un groppo in gola, ingoiò lacrime di frustrazione e catarro che non sapeva di avere.
Tutti i sacrifici dei suoi genitori, sua sorella che si era sposata quell’imbecille di Ottaviano per andarsene di casa perché era gelosa di tutte le speranze di riscatto che i loro genitori riversavano su di lui, tutto inutile.
Non poteva fare niente per i suoi concittadini, non è che meritassero molto, è vero, ogni volta che andava a gettare la spazzatura e vedeva tutto buttato alla “sanfasò”: carta, vetri, lattine, teste di pesce; gli veniva una rabbia…
Ma il suo fallimento, essere così vicino…
No, non poteva continuare a macerarsi così, doveva fare qualcosa di costruttivo!
Subito, prima che arrivassero i colleghi!
Aprì il suo c/c e il deposito amministrato e con la leva finanziaria mise ordini per “future” su azioni di tre società che producevano cemento, poi cancellò il programma e se ne andò a dormire.
Milano 7 Aprile 2009
Erminia e le tentazioni della carne (Racconto in cinque capitoli)
Capitolo I
Il secondo matrimonio
La festa non era appena cominciata, durava da tre giorni, ma, in fine, quella sarebbe stata l’ultima sera, non ce la faceva più. Oramai si vedeva che, tranne gli ultimi arrivati, erano tutti stanchi.
Così ebbe un momento di pausa e poté guardarsi in giro senza continuare ad annuire e rispondere, farfugliando, nel suo improbabile francese, a domande e apprezzamenti che non capiva.
La mensa faceva quasi il giro del cortile, si interrompeva solo accanto alla piccola fontana che irrigava l’orto della menta, quattro metri quadrati proprio davanti all’ingresso della casa, come un baluardo profumato agli odori della città. La fontana buttava poco, ma l’avevano disposta in modo che l’acqua facesse un rumore di ruscello, nelle cadute tra le due vaschette alte per le abluzioni del viso di uomini e donne e prima di raccogliersi nella vaschetta bassa, per i piedi, per poi disperdersi tra le alte piante di menta.
La casa era una tipica casa da clima caldo, chiusa all’esterno, come un convento, si apriva verso la sua corte interna su due piani, con un porticato per piano, su tutti e quattro i lati, ma era sovrastata da un terrazzo solo sul corpo principale, quello di fronte all’ingresso, dove abitavano i genitori di Wadi, qui da tre giorni, con le anche doloranti, Erminia era seduta a presenziare a questa sua festa di matrimonio.
Quando aveva acconsentito a fare due matrimoni, con due feste, una dai suoi a Zocca, sull’Appennino modenese e una ad Agadir, sulla costa atlantica del Marocco, dai genitori di Wadi, aveva immaginato che sarebbe stato faticoso, ma tre giorni accosciata la stavano mettendo a dura prova.
Stanotte sarebbe finita, l’indomani sarebbero partiti tutti gli invitati, probabilmente i saluti si sarebbero effettuati in piedi, avrebbe voluto chiederlo a Wadi, ma un dubbio, un piccolo dubbio di avere torto, le consigliava di restare nell’incertezza, alimentando così la speranza.
Wadi bello e dolce come il sole d’estate tra i rami di un fico, si volgeva a tutti con attenzione, sorridendo con il cuore a parenti che quasi non conosceva, aprendo la chiostra dei suoi denti, perfetti e splendenti alla luce delle lampade a gas, distribuite lungo la mensa apparecchiata sul lastricato del cortile coperto di tappeti.
Con Wadi non aveva potuto che scambiare poche parole da quando erano arrivati, la macchina della festa era già partita e gli sposi era d’uso che non si ritirassero da soli neppure per dormire, in quei tre giorni.
Averlo così vicino, eppure così lontano da una vera intimità era un supplizio.
Chissà? A casa, in Italia, non passava giorno che non facessero l’amore almeno ogni sera, appena si vedevano, poi spesso più tardi, qui da tre giorni non era stato possibile, si immaginò che avesse i testicoli gonfi e si accorse che solo pensandoci si era bagnata. Quale alchimia di sensi si scatenava tra loro? Chissà che potenza di energia orgonica si sarebbe potuto ricavare dai loro amplessi, si ritrovò a sorridere tra sé e accorgendosene cominciò a ridere, si ricordò che Wadi gli aveva raccomandato un contegno riservato, ma cominciò a tremargli la pancia per lo sforzo di soffocare il riso. Wadi colse il suo sguardo d’aiuto e le andò vicino aiutandola ad alzarsi, poi l’accompagnò in un bagno del piano superiore ed entrò con lei.
Finalmente soli, furono a lungo sciolti nelle braccia l’uno dell’altra, sordi e muti.
Un bussare leggero e una voce di bambino li riportarono al qui e ora, solo allora si baciarono.
- Coraggio amore è quasi finita, domani saremo in albergo sull’Atlante, al fresco delle cime, da soli.
Uscirono e fecero due passi intorno alla casa, Erminia sentiva le anche dolenti e credeva che i legamenti ormai fossero compromessi, sentiva di ancheggiare più del solito, le sembrava di essere più alta, possibile che tre giorni seduta facessero questo effetto?
- Amore mio, non hai visto che di fianco a mio padre c’erano due amici suoi che si sono passati un narghilè per tutta la serata? Non era fumo di tabacco quello che tirava dalla tua parte nella brezza della sera. - Ridendo dolcemente la rassicurò Wadi, - Non è successo niente stai tranquilla, le tue percezioni sono solo un poco diverse dal solito, ma ci sono io con te.
Come era facile sentirsi a posto, al suo fianco, dovunque.
Capitolo II
Il viaggio di nozze
Le passeggiate, in quella specie di Svizzera africana, le facevano sentire il suo corpo sereno e potente.
Dopo l’arsura delle pianure, dopo le colline seccate dall’estate e i loro colori prosciugati dal vento, ecco il verde dei pascoli e dei boschi d’alta quota, l’aria tersa del mattino permetteva di spaziare fino a orizzonti impensabili.
Cosa poteva immaginare di meglio? Provò a chiederselo nei pochi momenti in cui era sola e non ebbe nessuna risposta. Così ebbe paura, paura che tutto finisse, che non si trattasse che di un sogno, ma appena Wadi tornava con il suo respiro breve e affrettato, dall’hammam dell’albergo, avendo fatto le scale di corsa, si sentiva di essere l’aria che lo nutriva, e si lasciava andare, tra le sue braccia forti, come alla corrente di un fiume.
Conversare tra loro era come doppiare un film appassionante, le sembrava di essere diventata più intelligente, più spiritosa, i loro dialoghi erano pregni di significati profondi, eppure con la leggerezza del disincanto incarnato nella saggezza di un amore senza tempo.
Aveva imparato a conoscersi più a fondo di quanto non le fosse mai successo, aveva tanto cercato con Fabio il suo punto G, eppure era lì, dove probabilmente era sempre stato, in attesa della sua mano gentile.
Aveva imparato a titillargli la prostata, per farlo arrivare all’orgasmo quando oramai sembrava non ci fosse più niente da fare, dopo tutta una notte d’amore.
Aveva rasentato il delirio quando lui le si era negato, dopo ore di preliminari, perché era mestruata, l’aveva implorato di prenderle il culo e aveva voluto prenderlo più a fondo che mai, si sarebbe aperta come un’ostrica per lui e aveva avuto un orgasmo anche così. Sconvolgente.
Le due settimane furono tanto infinitamente piene di fuggevoli attimi preziosi da volare, apprezzarono la lunga attesa della cena, quando, inaspettata, era giunta una parte del seguito di un ministro e aveva reclamato la priorità nel servizio, e la fugacità della picchiata di un falco su un piccolo qualcosa in una radura.
Capitolo III
La vita in comune
Le piccole contrarietà del quotidiano si stemperavano nelle reciproche attenzioni, e niente sembrava turbare la loro armonia, si faceva strada in entrambi l’idea che avrebbero potuto avere un figlio.
Erminia aveva già cominciato a prendere l’acido folico, per prevenire la spina bifida, in un eventuale feto che volesse annidarsi nel suo utero sereno.
Ma, una domenica mattina, andarono a un “brunch” con i colleghi di lavoro di Wadi, e lì cadde un seme di scontento.
Davanti alle uova fritte con pancetta, Erminia ebbe uno scompenso, si sentì mancare per un istante, mentre Wadi proseguiva con il suo vassoio fino alle costine d’agnello, lei ebbe la sensazione che il suo stomaco si ribellasse, che volesse trattenerla, chiuse gli occhi un momento e aspirò il profumo della pancetta affumicata.
Non disse nulla e si limitò a un cappuccino liscio, ma fece fatica a fare accettare allo stomaco quel sostituto.
La compagnia era brillante e altre volte lei aveva goduto di quel clima scanzonato che i colleghi di Wadi, ingegneri e geologi di una società di prospezioni petrolifere, instauravano così facilmente, quel giorno restò un poco in disparte.
Tornando a casa lui le chiese se non stesse bene. – Hai qualche novità per me amore? – Le chiese, visto che non aveva mangiato niente. Lei, stranita, non capì, solo alla sua occhiata eloquente al suo ventre interpretò la domanda come lui si aspettava e laconica:- No niente, lo saprei, solo un po’ di imbarazzo, avrò qualche linea di febbre.
Quella sera fu la prima volta da quando vivevano insieme che non fecero l’amore, lei si nascose dietro il suo malessere e la sera, dopo una cena leggera, andò a dormire presto.
Alle tre del mattino si svegliò da un sogno con l’urgenza di fare pipì, mentre, seduta, aspettava l’ultima goccia, le tornò in mente il sogno, era alla gita scolastica di quinta superiore, nella Foresta Nera e la colazione era un tripudio di salumi, ricordava perfettamente quella tavola, il pane di segale caldo con le fettine di prosciutto alla brace, i meraner wurst, il prosciutto affumicato… Si accorse che stava di nuovo sognando, seduta sul water, solo perché la saliva le era caduta sulle ginocchia.
Capitolo IV
L’illuminazione
Qualche giorno dopo, Wadi tornò da una “convention” a Sondrio con un “violino” di capra, era tutto contento e senza aspettare neppure di cambiarsi cominciò ad affettarlo.
Fu l’inizio della fine, forse la somiglianza del violino di capra, ispido di pelo scuro, con il prosciutto di cinghiale, le fece scattare qualcosa, qualcosa di ancestrale, forse aveva ragione quel poeta del Dio Maiale, i sogni di quella notte furono tutte le portate di un cenone di Capodanno, completamente a base di maiale!
Il mattino si alzò prima di Wadi e corse a farsi una doccia, aveva l’impressione che lui potesse sentire l’odore di carne impura di cui per buona parte della notte si era nutrita, ma questa fu una riflessione che ebbe dopo, mentre l’acqua le scorreva addosso, sul momento, appena alzata, aveva solo avuto una sensazione di sporcizia sulla pelle.
Si strofinò a lungo tutto il corpo con la spugna vegetale, la schiena con la striscia di canapa a due mani e, sbattendo i gomiti contro le pareti della doccia, rimpianse la spazzola di setola che usava prima di conoscere Wadi e, di nuovo, si sentì in colpa, le sembrava di tradirlo.
Quando a tavola per la colazione, però, vide il caffelatte e le fette biscottate con burro e marmellata, ebbe un moto di stizza, le tornò in mente il “brunch” e quelle uova fritte, bianche, ma appena rapprese, nel cui tuorlo gli altri immergevano i crostini e la pancetta croccante che piegavano con cura, con forchetta e coltello, prima di portarla alla bocca con gusto evidente. Anche lei aveva partecipato a quel piacere anche solo guardando.
La colazione fu pesante, lei rispondeva a monosillabi e Wadi, stupito, chiedeva cosa non andasse, se aveva dormito, se aveva mal di testa…
Finalmente lui uscì e lei telefonò in ufficio che avrebbe tardato, perché la lavatrice le aveva allagato la casa.
Per distendere un poco la tensione fece un giro di ripasso alla casa, sprimacciò il divano e disfò il letto, cercando in quei gesti di ritrovare il senso della quotidianità, dell’appartenenza alla sua realtà.
Aveva sempre pensato di essere una persona razionale, passionale, ma razionale. Eppure questa storia del Maiale le stava sfuggendo di mano, possibile che al solo nominarlo avesse l’acquolina in bocca?
Insomma bisognava esorcizzarlo si disse, si sarebbe comperata un cacciatore di cavallo e se lo sarebbe mangiato interamente da sola, adesso.
Si vestì in fretta come non mai, il trucco non fu che un’ombra sugli occhi, sfumata con le dita in ascensore.
Alle otto e trenta era davanti alla saracinesca che saliva, alle otto e quarantacinque era a casa ad affettare il salame, con il francesino spalancato, pronto ad accogliere le piccole fette, si accorse che le tremavano le mani e si sedette. Un bicchiere d’acqua? No meglio un chinotto. Ne bevve un intero bicchiere a piccoli sorsi, ma lo sguardo continuava a fuggire al salame sul tagliere, finalmente riuscì a calmare la sua ansia e lo tagliò a fette spesse, aveva piccoli lardelli bianchi sparsi che facevano un forte contrasto con la carne scura.
Aveva scelto il cacciatore di cavallo perché così le sembrava di tradire meno Wadi, cercò di dimenticare che sapeva benissimo che i lardelli bianchi erano di maiale, e invece erano proprio loro, sciogliendosi sulla lingua a darle più piacere. Sì, era un buon salame, ma si sentiva che era di cavallo, la carne un poco dolce, era più secca intorno alla fetta e quasi fresca nel mezzo, era una cosa diversa da quello che aveva sognato. Aveva sbagliato! Per esorcizzare il Dio Maiale avrebbe dovuto prendere un salame di Puro Suino o coppa o prosciutto o culatello.
In pochi minuti era di nuovo in strada, entrò nel supermercato e al bancone della salumeria prese un etto di tutti i salumi di maiale su cui le caddero gli occhi.
Tornò a casa, però, in preda a una agitazione confusa, pensava a Wadi, pensava ai loro progetti di avere in figlio, pensava alle sue sensazioni di quei giorni, pensava ad Allah, per lo meno a come glielo aveva rappresentato Wadi, che, pur non essendo praticante, obbediva ai precetti di astensione dall’alcool e dal maiale, pensava al Dio dei suoi genitori, quello cristiano, cattolico, apostolico, romano e al digiuno quaresimale, ah ecco perché non c’era coda in salumeria, erano tutti alla pescheria, era venerdì di Pasqua!
La cosa la rasserenò, il suo non era uno sgarbo ad Allah, ma, democraticamente, anche al Dio cristiano, Wadi non aveva da prendersela, da quel momento il suo Dio sarebbe stato il Maiale, la prendessero un po’ in saccoccia tutti gli altri. La pervase una sensazione di pace che la accompagnò fino in casa, aprì con calma ogni involto e da ciascuno prese una fettina, ogni fettina con un pezzetto di pane mangiò con gusto, percepì il sacrificio del Maiale e quello del Grano, quello del Lievito e quello del Sale, sentì che tutti loro vivevano in lei.
Andò in ufficio con una serenità, nello sguardo e nel cuore, che le sembrava di non avere mai avuto, aveva riposto con cura i salumi nel frigo e si era fermata al bar a farsi un calice di rosso, alle dieci del mattino il barista l’aveva guardata stupito e aveva aperto una bottiglia di Raboso, lei ne aveva apprezzato il carattere robusto e sanguigno, aspro e dolce e si era avviata al metrò sorridente e leggera.
Capitolo V
I riflessi cangianti della seta
Quella sera tornando dall’ufficio Erminia si era fermata in una enoteca a aveva preso una bottiglia di refosco dal peduncolo rosso, raboso non ne aveva trovato, non aveva ascoltato molto della disquisizione dell’addetto, aveva colto però che quello era il vino che più gli somigliava.
Aprendo la porta, con solo due mandate, aveva capito che Wadi era già rientrato e le era andata incontro allegra. Lui era davanti al frigorifero con in mano un cartoccio di coppa aperto e l’aria schifata. Lei entrando aveva posato la bottiglia sul mobiletto e sorridendo gli aveva preso il cartoccio dicendogli:- Non è per te amore, l’ho preso per me.
In quel momento lui vide la bottiglia di vino e il suo sguardo si fece cupo. La guardò con disprezzo e andò in sala.
Erminia aveva dalla sua la consapevolezza di essere nel giusto, prese una fettina di coppa con due dita e se la calò in bocca dall’alto, aprì la bottiglia di vino e se ne versò un bicchiere. Poi si preparò un panino con il prosciutto di Praga e un velo di senape, e si mise a mangiare con gusto.
Wadi doveva essere perplesso, pensò Erminia, lei, appena aveva colto la sua contrarietà alla vista di maiale e alcolici, li aveva banditi dalla casa e dalla vita, ma ora era tempo di cambiare se voleva, e, se non voleva, bene! Non era certo il caso di farci un figlio! Bisognava affrontare la cosa, subito.
Entrò in sala con un vassoietto con il panino e il bicchiere, sorridendo, e gli disse che nessuno lo avrebbe obbligato a mangiare maiale e a bere vino, ma che nessuno avrebbe impedito a lei di farlo e se avessero avuto un figlio avrebbe mangiato ciò che avesse voluto, senza divieti ideologici o religiosi.
Wadi era sorpreso da questa sua presa di posizione, lei non aveva mai manifestato disagio di sorta per quelle rinunce, tanto che lui aveva pensato fosse qualcosa di naturale; nonostante le prove contrarie, nei ristoranti e a casa d’altri, si era trovato a pensare che, forse, non tutti gli italiani bevevano alcolici e mangiavano maiale, non si era fermato a riflettere più che tanto sulla cosa, aveva accettato la cosa come naturale.
Erminia lo guardava, serena, vedeva nei suoi occhi uno smarrimento che le fece male, ma diede un morso al panino con convinzione, lo vide rabbrividire, poi con un sorso di vino deglutì il bolo gustoso, sentì il tannino leggero sul palato e prese un altro sorso, per sgombrare la bocca e gustare più pienamente, vide in quel momento che lui le leggeva negli occhi il piacere ed era geloso.
Si avvicinò a lui e le prese la mano, se la portò alle labbra e la baciò, se la fece scorrere sul viso e con essa si carezzò, sentì la sua rigidezza e gli si accostò, lui rimase inerte, confuso; lei rimase al suo fianco per un tempo infinito, credeva di sentire i sentimenti di Wadi combattere tra loro, le sue abitudini scontrarsi con la sua logica disincantata e prese l’iniziativa, lo baciò, con le labbra che ancora sapevano di vino. Lui fermò il respiro in un rifiuto, poi si lasciò andare e respirò quei profumi di frutti di bosco, stupito socchiuse le labbra e assaporò quel che di aspro e di tannino era ancora sulle labbra di lei e la baciò.
Non fu facile per loro rispettare e capire quel che fino allora avevano ignorato, seppellito, ma, come la trama e l’ordito della seta, diversi e contrastanti, danno riflessi cangianti e preziosi, così loro, accettandosi per intero, divennero più della somma delle loro parti, più di quel che, pur bello, erano stati.
Milano10 Aprile 2009
Il secondo matrimonio
La festa non era appena cominciata, durava da tre giorni, ma, in fine, quella sarebbe stata l’ultima sera, non ce la faceva più. Oramai si vedeva che, tranne gli ultimi arrivati, erano tutti stanchi.
Così ebbe un momento di pausa e poté guardarsi in giro senza continuare ad annuire e rispondere, farfugliando, nel suo improbabile francese, a domande e apprezzamenti che non capiva.
La mensa faceva quasi il giro del cortile, si interrompeva solo accanto alla piccola fontana che irrigava l’orto della menta, quattro metri quadrati proprio davanti all’ingresso della casa, come un baluardo profumato agli odori della città. La fontana buttava poco, ma l’avevano disposta in modo che l’acqua facesse un rumore di ruscello, nelle cadute tra le due vaschette alte per le abluzioni del viso di uomini e donne e prima di raccogliersi nella vaschetta bassa, per i piedi, per poi disperdersi tra le alte piante di menta.
La casa era una tipica casa da clima caldo, chiusa all’esterno, come un convento, si apriva verso la sua corte interna su due piani, con un porticato per piano, su tutti e quattro i lati, ma era sovrastata da un terrazzo solo sul corpo principale, quello di fronte all’ingresso, dove abitavano i genitori di Wadi, qui da tre giorni, con le anche doloranti, Erminia era seduta a presenziare a questa sua festa di matrimonio.
Quando aveva acconsentito a fare due matrimoni, con due feste, una dai suoi a Zocca, sull’Appennino modenese e una ad Agadir, sulla costa atlantica del Marocco, dai genitori di Wadi, aveva immaginato che sarebbe stato faticoso, ma tre giorni accosciata la stavano mettendo a dura prova.
Stanotte sarebbe finita, l’indomani sarebbero partiti tutti gli invitati, probabilmente i saluti si sarebbero effettuati in piedi, avrebbe voluto chiederlo a Wadi, ma un dubbio, un piccolo dubbio di avere torto, le consigliava di restare nell’incertezza, alimentando così la speranza.
Wadi bello e dolce come il sole d’estate tra i rami di un fico, si volgeva a tutti con attenzione, sorridendo con il cuore a parenti che quasi non conosceva, aprendo la chiostra dei suoi denti, perfetti e splendenti alla luce delle lampade a gas, distribuite lungo la mensa apparecchiata sul lastricato del cortile coperto di tappeti.
Con Wadi non aveva potuto che scambiare poche parole da quando erano arrivati, la macchina della festa era già partita e gli sposi era d’uso che non si ritirassero da soli neppure per dormire, in quei tre giorni.
Averlo così vicino, eppure così lontano da una vera intimità era un supplizio.
Chissà? A casa, in Italia, non passava giorno che non facessero l’amore almeno ogni sera, appena si vedevano, poi spesso più tardi, qui da tre giorni non era stato possibile, si immaginò che avesse i testicoli gonfi e si accorse che solo pensandoci si era bagnata. Quale alchimia di sensi si scatenava tra loro? Chissà che potenza di energia orgonica si sarebbe potuto ricavare dai loro amplessi, si ritrovò a sorridere tra sé e accorgendosene cominciò a ridere, si ricordò che Wadi gli aveva raccomandato un contegno riservato, ma cominciò a tremargli la pancia per lo sforzo di soffocare il riso. Wadi colse il suo sguardo d’aiuto e le andò vicino aiutandola ad alzarsi, poi l’accompagnò in un bagno del piano superiore ed entrò con lei.
Finalmente soli, furono a lungo sciolti nelle braccia l’uno dell’altra, sordi e muti.
Un bussare leggero e una voce di bambino li riportarono al qui e ora, solo allora si baciarono.
- Coraggio amore è quasi finita, domani saremo in albergo sull’Atlante, al fresco delle cime, da soli.
Uscirono e fecero due passi intorno alla casa, Erminia sentiva le anche dolenti e credeva che i legamenti ormai fossero compromessi, sentiva di ancheggiare più del solito, le sembrava di essere più alta, possibile che tre giorni seduta facessero questo effetto?
- Amore mio, non hai visto che di fianco a mio padre c’erano due amici suoi che si sono passati un narghilè per tutta la serata? Non era fumo di tabacco quello che tirava dalla tua parte nella brezza della sera. - Ridendo dolcemente la rassicurò Wadi, - Non è successo niente stai tranquilla, le tue percezioni sono solo un poco diverse dal solito, ma ci sono io con te.
Come era facile sentirsi a posto, al suo fianco, dovunque.
Capitolo II
Il viaggio di nozze
Le passeggiate, in quella specie di Svizzera africana, le facevano sentire il suo corpo sereno e potente.
Dopo l’arsura delle pianure, dopo le colline seccate dall’estate e i loro colori prosciugati dal vento, ecco il verde dei pascoli e dei boschi d’alta quota, l’aria tersa del mattino permetteva di spaziare fino a orizzonti impensabili.
Cosa poteva immaginare di meglio? Provò a chiederselo nei pochi momenti in cui era sola e non ebbe nessuna risposta. Così ebbe paura, paura che tutto finisse, che non si trattasse che di un sogno, ma appena Wadi tornava con il suo respiro breve e affrettato, dall’hammam dell’albergo, avendo fatto le scale di corsa, si sentiva di essere l’aria che lo nutriva, e si lasciava andare, tra le sue braccia forti, come alla corrente di un fiume.
Conversare tra loro era come doppiare un film appassionante, le sembrava di essere diventata più intelligente, più spiritosa, i loro dialoghi erano pregni di significati profondi, eppure con la leggerezza del disincanto incarnato nella saggezza di un amore senza tempo.
Aveva imparato a conoscersi più a fondo di quanto non le fosse mai successo, aveva tanto cercato con Fabio il suo punto G, eppure era lì, dove probabilmente era sempre stato, in attesa della sua mano gentile.
Aveva imparato a titillargli la prostata, per farlo arrivare all’orgasmo quando oramai sembrava non ci fosse più niente da fare, dopo tutta una notte d’amore.
Aveva rasentato il delirio quando lui le si era negato, dopo ore di preliminari, perché era mestruata, l’aveva implorato di prenderle il culo e aveva voluto prenderlo più a fondo che mai, si sarebbe aperta come un’ostrica per lui e aveva avuto un orgasmo anche così. Sconvolgente.
Le due settimane furono tanto infinitamente piene di fuggevoli attimi preziosi da volare, apprezzarono la lunga attesa della cena, quando, inaspettata, era giunta una parte del seguito di un ministro e aveva reclamato la priorità nel servizio, e la fugacità della picchiata di un falco su un piccolo qualcosa in una radura.
Capitolo III
La vita in comune
Le piccole contrarietà del quotidiano si stemperavano nelle reciproche attenzioni, e niente sembrava turbare la loro armonia, si faceva strada in entrambi l’idea che avrebbero potuto avere un figlio.
Erminia aveva già cominciato a prendere l’acido folico, per prevenire la spina bifida, in un eventuale feto che volesse annidarsi nel suo utero sereno.
Ma, una domenica mattina, andarono a un “brunch” con i colleghi di lavoro di Wadi, e lì cadde un seme di scontento.
Davanti alle uova fritte con pancetta, Erminia ebbe uno scompenso, si sentì mancare per un istante, mentre Wadi proseguiva con il suo vassoio fino alle costine d’agnello, lei ebbe la sensazione che il suo stomaco si ribellasse, che volesse trattenerla, chiuse gli occhi un momento e aspirò il profumo della pancetta affumicata.
Non disse nulla e si limitò a un cappuccino liscio, ma fece fatica a fare accettare allo stomaco quel sostituto.
La compagnia era brillante e altre volte lei aveva goduto di quel clima scanzonato che i colleghi di Wadi, ingegneri e geologi di una società di prospezioni petrolifere, instauravano così facilmente, quel giorno restò un poco in disparte.
Tornando a casa lui le chiese se non stesse bene. – Hai qualche novità per me amore? – Le chiese, visto che non aveva mangiato niente. Lei, stranita, non capì, solo alla sua occhiata eloquente al suo ventre interpretò la domanda come lui si aspettava e laconica:- No niente, lo saprei, solo un po’ di imbarazzo, avrò qualche linea di febbre.
Quella sera fu la prima volta da quando vivevano insieme che non fecero l’amore, lei si nascose dietro il suo malessere e la sera, dopo una cena leggera, andò a dormire presto.
Alle tre del mattino si svegliò da un sogno con l’urgenza di fare pipì, mentre, seduta, aspettava l’ultima goccia, le tornò in mente il sogno, era alla gita scolastica di quinta superiore, nella Foresta Nera e la colazione era un tripudio di salumi, ricordava perfettamente quella tavola, il pane di segale caldo con le fettine di prosciutto alla brace, i meraner wurst, il prosciutto affumicato… Si accorse che stava di nuovo sognando, seduta sul water, solo perché la saliva le era caduta sulle ginocchia.
Capitolo IV
L’illuminazione
Qualche giorno dopo, Wadi tornò da una “convention” a Sondrio con un “violino” di capra, era tutto contento e senza aspettare neppure di cambiarsi cominciò ad affettarlo.
Fu l’inizio della fine, forse la somiglianza del violino di capra, ispido di pelo scuro, con il prosciutto di cinghiale, le fece scattare qualcosa, qualcosa di ancestrale, forse aveva ragione quel poeta del Dio Maiale, i sogni di quella notte furono tutte le portate di un cenone di Capodanno, completamente a base di maiale!
Il mattino si alzò prima di Wadi e corse a farsi una doccia, aveva l’impressione che lui potesse sentire l’odore di carne impura di cui per buona parte della notte si era nutrita, ma questa fu una riflessione che ebbe dopo, mentre l’acqua le scorreva addosso, sul momento, appena alzata, aveva solo avuto una sensazione di sporcizia sulla pelle.
Si strofinò a lungo tutto il corpo con la spugna vegetale, la schiena con la striscia di canapa a due mani e, sbattendo i gomiti contro le pareti della doccia, rimpianse la spazzola di setola che usava prima di conoscere Wadi e, di nuovo, si sentì in colpa, le sembrava di tradirlo.
Quando a tavola per la colazione, però, vide il caffelatte e le fette biscottate con burro e marmellata, ebbe un moto di stizza, le tornò in mente il “brunch” e quelle uova fritte, bianche, ma appena rapprese, nel cui tuorlo gli altri immergevano i crostini e la pancetta croccante che piegavano con cura, con forchetta e coltello, prima di portarla alla bocca con gusto evidente. Anche lei aveva partecipato a quel piacere anche solo guardando.
La colazione fu pesante, lei rispondeva a monosillabi e Wadi, stupito, chiedeva cosa non andasse, se aveva dormito, se aveva mal di testa…
Finalmente lui uscì e lei telefonò in ufficio che avrebbe tardato, perché la lavatrice le aveva allagato la casa.
Per distendere un poco la tensione fece un giro di ripasso alla casa, sprimacciò il divano e disfò il letto, cercando in quei gesti di ritrovare il senso della quotidianità, dell’appartenenza alla sua realtà.
Aveva sempre pensato di essere una persona razionale, passionale, ma razionale. Eppure questa storia del Maiale le stava sfuggendo di mano, possibile che al solo nominarlo avesse l’acquolina in bocca?
Insomma bisognava esorcizzarlo si disse, si sarebbe comperata un cacciatore di cavallo e se lo sarebbe mangiato interamente da sola, adesso.
Si vestì in fretta come non mai, il trucco non fu che un’ombra sugli occhi, sfumata con le dita in ascensore.
Alle otto e trenta era davanti alla saracinesca che saliva, alle otto e quarantacinque era a casa ad affettare il salame, con il francesino spalancato, pronto ad accogliere le piccole fette, si accorse che le tremavano le mani e si sedette. Un bicchiere d’acqua? No meglio un chinotto. Ne bevve un intero bicchiere a piccoli sorsi, ma lo sguardo continuava a fuggire al salame sul tagliere, finalmente riuscì a calmare la sua ansia e lo tagliò a fette spesse, aveva piccoli lardelli bianchi sparsi che facevano un forte contrasto con la carne scura.
Aveva scelto il cacciatore di cavallo perché così le sembrava di tradire meno Wadi, cercò di dimenticare che sapeva benissimo che i lardelli bianchi erano di maiale, e invece erano proprio loro, sciogliendosi sulla lingua a darle più piacere. Sì, era un buon salame, ma si sentiva che era di cavallo, la carne un poco dolce, era più secca intorno alla fetta e quasi fresca nel mezzo, era una cosa diversa da quello che aveva sognato. Aveva sbagliato! Per esorcizzare il Dio Maiale avrebbe dovuto prendere un salame di Puro Suino o coppa o prosciutto o culatello.
In pochi minuti era di nuovo in strada, entrò nel supermercato e al bancone della salumeria prese un etto di tutti i salumi di maiale su cui le caddero gli occhi.
Tornò a casa, però, in preda a una agitazione confusa, pensava a Wadi, pensava ai loro progetti di avere in figlio, pensava alle sue sensazioni di quei giorni, pensava ad Allah, per lo meno a come glielo aveva rappresentato Wadi, che, pur non essendo praticante, obbediva ai precetti di astensione dall’alcool e dal maiale, pensava al Dio dei suoi genitori, quello cristiano, cattolico, apostolico, romano e al digiuno quaresimale, ah ecco perché non c’era coda in salumeria, erano tutti alla pescheria, era venerdì di Pasqua!
La cosa la rasserenò, il suo non era uno sgarbo ad Allah, ma, democraticamente, anche al Dio cristiano, Wadi non aveva da prendersela, da quel momento il suo Dio sarebbe stato il Maiale, la prendessero un po’ in saccoccia tutti gli altri. La pervase una sensazione di pace che la accompagnò fino in casa, aprì con calma ogni involto e da ciascuno prese una fettina, ogni fettina con un pezzetto di pane mangiò con gusto, percepì il sacrificio del Maiale e quello del Grano, quello del Lievito e quello del Sale, sentì che tutti loro vivevano in lei.
Andò in ufficio con una serenità, nello sguardo e nel cuore, che le sembrava di non avere mai avuto, aveva riposto con cura i salumi nel frigo e si era fermata al bar a farsi un calice di rosso, alle dieci del mattino il barista l’aveva guardata stupito e aveva aperto una bottiglia di Raboso, lei ne aveva apprezzato il carattere robusto e sanguigno, aspro e dolce e si era avviata al metrò sorridente e leggera.
Capitolo V
I riflessi cangianti della seta
Quella sera tornando dall’ufficio Erminia si era fermata in una enoteca a aveva preso una bottiglia di refosco dal peduncolo rosso, raboso non ne aveva trovato, non aveva ascoltato molto della disquisizione dell’addetto, aveva colto però che quello era il vino che più gli somigliava.
Aprendo la porta, con solo due mandate, aveva capito che Wadi era già rientrato e le era andata incontro allegra. Lui era davanti al frigorifero con in mano un cartoccio di coppa aperto e l’aria schifata. Lei entrando aveva posato la bottiglia sul mobiletto e sorridendo gli aveva preso il cartoccio dicendogli:- Non è per te amore, l’ho preso per me.
In quel momento lui vide la bottiglia di vino e il suo sguardo si fece cupo. La guardò con disprezzo e andò in sala.
Erminia aveva dalla sua la consapevolezza di essere nel giusto, prese una fettina di coppa con due dita e se la calò in bocca dall’alto, aprì la bottiglia di vino e se ne versò un bicchiere. Poi si preparò un panino con il prosciutto di Praga e un velo di senape, e si mise a mangiare con gusto.
Wadi doveva essere perplesso, pensò Erminia, lei, appena aveva colto la sua contrarietà alla vista di maiale e alcolici, li aveva banditi dalla casa e dalla vita, ma ora era tempo di cambiare se voleva, e, se non voleva, bene! Non era certo il caso di farci un figlio! Bisognava affrontare la cosa, subito.
Entrò in sala con un vassoietto con il panino e il bicchiere, sorridendo, e gli disse che nessuno lo avrebbe obbligato a mangiare maiale e a bere vino, ma che nessuno avrebbe impedito a lei di farlo e se avessero avuto un figlio avrebbe mangiato ciò che avesse voluto, senza divieti ideologici o religiosi.
Wadi era sorpreso da questa sua presa di posizione, lei non aveva mai manifestato disagio di sorta per quelle rinunce, tanto che lui aveva pensato fosse qualcosa di naturale; nonostante le prove contrarie, nei ristoranti e a casa d’altri, si era trovato a pensare che, forse, non tutti gli italiani bevevano alcolici e mangiavano maiale, non si era fermato a riflettere più che tanto sulla cosa, aveva accettato la cosa come naturale.
Erminia lo guardava, serena, vedeva nei suoi occhi uno smarrimento che le fece male, ma diede un morso al panino con convinzione, lo vide rabbrividire, poi con un sorso di vino deglutì il bolo gustoso, sentì il tannino leggero sul palato e prese un altro sorso, per sgombrare la bocca e gustare più pienamente, vide in quel momento che lui le leggeva negli occhi il piacere ed era geloso.
Si avvicinò a lui e le prese la mano, se la portò alle labbra e la baciò, se la fece scorrere sul viso e con essa si carezzò, sentì la sua rigidezza e gli si accostò, lui rimase inerte, confuso; lei rimase al suo fianco per un tempo infinito, credeva di sentire i sentimenti di Wadi combattere tra loro, le sue abitudini scontrarsi con la sua logica disincantata e prese l’iniziativa, lo baciò, con le labbra che ancora sapevano di vino. Lui fermò il respiro in un rifiuto, poi si lasciò andare e respirò quei profumi di frutti di bosco, stupito socchiuse le labbra e assaporò quel che di aspro e di tannino era ancora sulle labbra di lei e la baciò.
Non fu facile per loro rispettare e capire quel che fino allora avevano ignorato, seppellito, ma, come la trama e l’ordito della seta, diversi e contrastanti, danno riflessi cangianti e preziosi, così loro, accettandosi per intero, divennero più della somma delle loro parti, più di quel che, pur bello, erano stati.
Milano10 Aprile 2009
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giovedì, marzo 26, 2009
Cade la pioggia, ma Agata che fa?
La pioggia dell’Aprile aveva stancato già tutti.
Agata non si attendeva un segno dal cielo, sì sapeva d’essere un’eletta, ma insomma, proprio un fulmine sull’antenna della macchina, un istante prima di pigiare il pulsante del telecomando, quando era a meno di due metri dall’auto! Rimase abbagliata e assordata, si volse e si appoggiò al palo del divieto di sosta, un istante, poi realizzò che era di metallo e si scostò di scatto, un’occhiata all’auto, le cui gomme fumavano, alla macchia scura sul tetto dove c’era stata l’antenne della radio, la convinse ad affrontare di nuovo la traversata della larga piazza sotto la pioggia fitta e fine.
Mentre beveva un capo in bi, in caffè, si rese conto di essere in ghetto. Si era allontanata dall’auto senza pensare a dove andava, così dopo tanto tempo era entrata in ghetto.
Da quando si era iscritta alla Lega non era più entrata in ghetto, chissà perché? In fin dei conti c’erano molti ebrei di destra, ce ne erano stati anche nel Partito Nazionale Fascista, addirittura alcuni erano stati sostenitori di Hitler, all’inizio della sua sciagurata parabola politica. Oltretutto che fosse ebrea per parte di madre, dalla trisnonna lungo la linea femminile (quindi a tutti gli effetti) lo sapeva solo lei, in seguito a quella malnata ricerca araldica, commissionata dal padre alla ricerca di qualche sedicesimo di nobiltà.
Ma allora perché tutto quel disagio, perché non era più riuscita a entrare in ghetto da allora? Appena si avvicinava all’angolo a est di Piazza Unità d’Italia cominciava a sentire di essere osservata, di più, sentiva che anche le pietre del marciapiede parevano farsi più lisce, e gli spigoli più acuti, sarebbe stato un attimo sbrizzar via de pè e romperse la testa su quei spigoi netti.
Poi questo pensare in triestino appena si avvicinava al ghetto, saltava fuori da ricordi ancestrali di cui non aveva contezza. Ecco, il caffè caldo cominciava a renderla più presente a se stessa, ah “aveva contezza” questo sì che era un bell’italiano aulico! Come gli era venuto poi di ordinare un capo in bi? Non sapeva neppure cosa fosse prima di entrare in quel bar, eppure, quando gli avevano presentato il caffè macchiato in bicchiere lo aveva riconosciuto subito.
Si era sempre ritenuta una Vera Padovana, una Veneta Vera! Non una veneziana con i piedi a mollo, adatta a fare la comparsa per Goldoni, non una vicentina campagnola e magnagati! Certo suo padre era del sud, ma si era integrato così bene! Dopo cinquant’anni lo si sarebbe detto proprio un indigeno, e sua madre… Lasciamo perdere… Sarebbe stato tutto così perfetto, se non fosse stato per quella trisnonna: ebrea triestina. Come dire il peggio del peggio.
Un tempo non le era dispiaciuta Trieste, con questa sua aria da zitella dignitosa, e i triestini che se la godevano mica male, sempre fuori di casa, o in caffè o in osmizza, o al mare o in Carso, era un bella città dove passare qualche giornata di vacanza, ma da quando aveva scoperto questa sua ascendenza… Niente! Non c’era verso. Aveva un bel ripetersi che sarebbe potuta andare peggio: avrebbe potuto scoprire un’antenata zingara! Ma il sollievo durava solo un attimo, era così inconcepibile…
Così queste riunioni degli eletti nelle liste della Lega nel Nord Est, che si tenevano a rotazione tra i capoluoghi, quando toccava a Trieste stavano diventando un tormento.
Il barista stava aprendo il prosciutto, cotto in crosta di pane, che gli avevano appena portato caldo, caldo e il profumo saliva nell’aria densa di umidità, ma lei si accorse con sgomento di avere ribrezzo di quella carne impura e si fece indietro, mentre le sue ghiandole salivari le inondavano la bocca.
Arrivavano intanto i clienti abituali che sapevano che era l’ora del prosciutto e venivano a bagnarsi il becco con un birin, mangiando un rotolin de prosciuto sul grisin, mentre altri accompagnavano l’ottavin de malvasia o de terrano con un piattin de prosciutto col kren. Sembrava una parodia, erano tutto piccine le cose che chiedevano… Frastornata dalle sue sensazioni Agata, uscendo, andò a sbattere con un uomo che entrava e le cadde la cartella con gli appunti per la relazione che avrebbe dovuto fare sull’incontro. Tutti i fogli si sparsero sul pavimento bagnato e tra le scarpe degli avventori. L’uomo le sorrise e per salvare la situazione disse: “Stè fermi tuti, che se stè fermi ofro il bis a tuti” poi si chinò in fretta ad aiutarla, infilandosi tra le gambe dei clienti a raccogliere i suoi fogli, mentre lei era rimasta, schifata, a guardare i suoi appunti mescolarsi alla segatura bagnata. Con un sorriso le si avvicinò, dicendole: “Mettiamoli ad asciugare sul termosifone e mi permetta di offrirle qualcosa intanto che aspettiamo, tanto per farmi perdonare”.
Ah ecco cosa presagiva quel fulmine!
In testa le frullava una canzone della Nannini, Agata era diventata sorda, sorrideva a quell’uomo come un’imbecille, il chiasso degli avventori era lontanissimo e questa specie di Lancillotto dagli occhi verdi e dal capello biondo, la guardava scompigliandole le sinapsi, lo vedeva muovere la bocca, ma non sentiva niente, lo seguì al tavolo e, mentre lui le scostava la sedia, ricollegò i sensi e il rumore del caffè tornò, fastidioso, mentre lei cercava di sentire le sue parole di presentazione.
Wlado Kubernakis mediatore culturale del comune di Trieste per la comunità rom. Era un rom di origini greco-ungheresi, i suoi facevano i giostrai in giro per l’Europa.
Il cerchio era completo, prima di sapere del suo sedicesimo di sangue ebraico lo avrebbe salutato con cortese fermezza e infastidita se ne sarebbe andata, dimenticandolo, ora sentiva, sapeva, che sarebbe stato tutto diverso.
Milano 26 Marzo 2009
Agata non si attendeva un segno dal cielo, sì sapeva d’essere un’eletta, ma insomma, proprio un fulmine sull’antenna della macchina, un istante prima di pigiare il pulsante del telecomando, quando era a meno di due metri dall’auto! Rimase abbagliata e assordata, si volse e si appoggiò al palo del divieto di sosta, un istante, poi realizzò che era di metallo e si scostò di scatto, un’occhiata all’auto, le cui gomme fumavano, alla macchia scura sul tetto dove c’era stata l’antenne della radio, la convinse ad affrontare di nuovo la traversata della larga piazza sotto la pioggia fitta e fine.
Mentre beveva un capo in bi, in caffè, si rese conto di essere in ghetto. Si era allontanata dall’auto senza pensare a dove andava, così dopo tanto tempo era entrata in ghetto.
Da quando si era iscritta alla Lega non era più entrata in ghetto, chissà perché? In fin dei conti c’erano molti ebrei di destra, ce ne erano stati anche nel Partito Nazionale Fascista, addirittura alcuni erano stati sostenitori di Hitler, all’inizio della sua sciagurata parabola politica. Oltretutto che fosse ebrea per parte di madre, dalla trisnonna lungo la linea femminile (quindi a tutti gli effetti) lo sapeva solo lei, in seguito a quella malnata ricerca araldica, commissionata dal padre alla ricerca di qualche sedicesimo di nobiltà.
Ma allora perché tutto quel disagio, perché non era più riuscita a entrare in ghetto da allora? Appena si avvicinava all’angolo a est di Piazza Unità d’Italia cominciava a sentire di essere osservata, di più, sentiva che anche le pietre del marciapiede parevano farsi più lisce, e gli spigoli più acuti, sarebbe stato un attimo sbrizzar via de pè e romperse la testa su quei spigoi netti.
Poi questo pensare in triestino appena si avvicinava al ghetto, saltava fuori da ricordi ancestrali di cui non aveva contezza. Ecco, il caffè caldo cominciava a renderla più presente a se stessa, ah “aveva contezza” questo sì che era un bell’italiano aulico! Come gli era venuto poi di ordinare un capo in bi? Non sapeva neppure cosa fosse prima di entrare in quel bar, eppure, quando gli avevano presentato il caffè macchiato in bicchiere lo aveva riconosciuto subito.
Si era sempre ritenuta una Vera Padovana, una Veneta Vera! Non una veneziana con i piedi a mollo, adatta a fare la comparsa per Goldoni, non una vicentina campagnola e magnagati! Certo suo padre era del sud, ma si era integrato così bene! Dopo cinquant’anni lo si sarebbe detto proprio un indigeno, e sua madre… Lasciamo perdere… Sarebbe stato tutto così perfetto, se non fosse stato per quella trisnonna: ebrea triestina. Come dire il peggio del peggio.
Un tempo non le era dispiaciuta Trieste, con questa sua aria da zitella dignitosa, e i triestini che se la godevano mica male, sempre fuori di casa, o in caffè o in osmizza, o al mare o in Carso, era un bella città dove passare qualche giornata di vacanza, ma da quando aveva scoperto questa sua ascendenza… Niente! Non c’era verso. Aveva un bel ripetersi che sarebbe potuta andare peggio: avrebbe potuto scoprire un’antenata zingara! Ma il sollievo durava solo un attimo, era così inconcepibile…
Così queste riunioni degli eletti nelle liste della Lega nel Nord Est, che si tenevano a rotazione tra i capoluoghi, quando toccava a Trieste stavano diventando un tormento.
Il barista stava aprendo il prosciutto, cotto in crosta di pane, che gli avevano appena portato caldo, caldo e il profumo saliva nell’aria densa di umidità, ma lei si accorse con sgomento di avere ribrezzo di quella carne impura e si fece indietro, mentre le sue ghiandole salivari le inondavano la bocca.
Arrivavano intanto i clienti abituali che sapevano che era l’ora del prosciutto e venivano a bagnarsi il becco con un birin, mangiando un rotolin de prosciuto sul grisin, mentre altri accompagnavano l’ottavin de malvasia o de terrano con un piattin de prosciutto col kren. Sembrava una parodia, erano tutto piccine le cose che chiedevano… Frastornata dalle sue sensazioni Agata, uscendo, andò a sbattere con un uomo che entrava e le cadde la cartella con gli appunti per la relazione che avrebbe dovuto fare sull’incontro. Tutti i fogli si sparsero sul pavimento bagnato e tra le scarpe degli avventori. L’uomo le sorrise e per salvare la situazione disse: “Stè fermi tuti, che se stè fermi ofro il bis a tuti” poi si chinò in fretta ad aiutarla, infilandosi tra le gambe dei clienti a raccogliere i suoi fogli, mentre lei era rimasta, schifata, a guardare i suoi appunti mescolarsi alla segatura bagnata. Con un sorriso le si avvicinò, dicendole: “Mettiamoli ad asciugare sul termosifone e mi permetta di offrirle qualcosa intanto che aspettiamo, tanto per farmi perdonare”.
Ah ecco cosa presagiva quel fulmine!
In testa le frullava una canzone della Nannini, Agata era diventata sorda, sorrideva a quell’uomo come un’imbecille, il chiasso degli avventori era lontanissimo e questa specie di Lancillotto dagli occhi verdi e dal capello biondo, la guardava scompigliandole le sinapsi, lo vedeva muovere la bocca, ma non sentiva niente, lo seguì al tavolo e, mentre lui le scostava la sedia, ricollegò i sensi e il rumore del caffè tornò, fastidioso, mentre lei cercava di sentire le sue parole di presentazione.
Wlado Kubernakis mediatore culturale del comune di Trieste per la comunità rom. Era un rom di origini greco-ungheresi, i suoi facevano i giostrai in giro per l’Europa.
Il cerchio era completo, prima di sapere del suo sedicesimo di sangue ebraico lo avrebbe salutato con cortese fermezza e infastidita se ne sarebbe andata, dimenticandolo, ora sentiva, sapeva, che sarebbe stato tutto diverso.
Milano 26 Marzo 2009
giovedì, marzo 19, 2009
Due passi nel bosco
Imbibita di pioggia la terra geme
Si lamenta l’erba cipollina
Il muschio cede l’acqua che trattiene
Poi la riprende come respirando
Il cuoio delle foglie morte tace
Si fa poltiglia sotto il piede
Son molli i ricci di castagno
Neppure i rami morti crocchiano più
Cedendo sotto il piede mugolano piano
Eppure
Tra i lamenti cresce ribelle la peonia
Affaccia il capolino anche il muscari
Io cerco il luogo dove sepolto stavi
Mentre io ti aspettavo
Mentre ti cercavo
Là dove la lupara bianca ti lasciò
Là dove avrebbero voluto tu restassi
Non è nel cimitero che ti trovo
Ma qui dove ti lasciarono morente
Coperto dalle foglie e qualche ramo.
Milano 19 Marzo 2009
Si lamenta l’erba cipollina
Il muschio cede l’acqua che trattiene
Poi la riprende come respirando
Il cuoio delle foglie morte tace
Si fa poltiglia sotto il piede
Son molli i ricci di castagno
Neppure i rami morti crocchiano più
Cedendo sotto il piede mugolano piano
Eppure
Tra i lamenti cresce ribelle la peonia
Affaccia il capolino anche il muscari
Io cerco il luogo dove sepolto stavi
Mentre io ti aspettavo
Mentre ti cercavo
Là dove la lupara bianca ti lasciò
Là dove avrebbero voluto tu restassi
Non è nel cimitero che ti trovo
Ma qui dove ti lasciarono morente
Coperto dalle foglie e qualche ramo.
Milano 19 Marzo 2009
sabato, febbraio 28, 2009
Tu limpida fonte ed io Narciso
Nessuno di me cantò le gesta,
sorrisi donati in gelidi mattini,
nessuno di me cantò le membra,
esercitate in tiepidi grattini,
solo, di me , massime si disse:
cemento sei, granito!
Non pallido alabastro,
né pur ebano nerastro.
Ancora avevo riccioli scuri,
ma mistero magnifico non fui,
né ombroso,
né imperial nuca la mia.
Ma sempre io fui
a consumar le ombre
onde cantar le membra altrui,
i riccioli, la nuca,
le pieghe e i dolci afrori.
Così son, ora, a celebrare te,
dolce amore in cui mi specchio,
limpida fonte di fronte a me,
Narciso.
Milano 28 Febbraio 2009
sorrisi donati in gelidi mattini,
nessuno di me cantò le membra,
esercitate in tiepidi grattini,
solo, di me , massime si disse:
cemento sei, granito!
Non pallido alabastro,
né pur ebano nerastro.
Ancora avevo riccioli scuri,
ma mistero magnifico non fui,
né ombroso,
né imperial nuca la mia.
Ma sempre io fui
a consumar le ombre
onde cantar le membra altrui,
i riccioli, la nuca,
le pieghe e i dolci afrori.
Così son, ora, a celebrare te,
dolce amore in cui mi specchio,
limpida fonte di fronte a me,
Narciso.
Milano 28 Febbraio 2009
mercoledì, febbraio 11, 2009
Se potessi pensare, se potessi scrivere
Il sapore dolciastro della morte
è quello del glucosio nella flebo,
sento il tuo dolore più del mio,
sento l'amaro gusto della salvia,
sento il piccante della menta,
quando mi lavi i denti e piangi,
quanto vorrei liberarmi,
quanto vorrei liberarti,
Liberami da queste catene,
liberami da questo letto,
liberami da queste carezze,
liberami da queste preghiere,
di chi vuole salvarmi,
di chi vuole salvarsi.
Ostaggio, mi tengono in vita,
sono l'ara su cui sacrificano,
la pietà per i vivi uccidono in me.
Milano 7 Febbraio 2009
è quello del glucosio nella flebo,
sento il tuo dolore più del mio,
sento l'amaro gusto della salvia,
sento il piccante della menta,
quando mi lavi i denti e piangi,
quanto vorrei liberarmi,
quanto vorrei liberarti,
Liberami da queste catene,
liberami da questo letto,
liberami da queste carezze,
liberami da queste preghiere,
di chi vuole salvarmi,
di chi vuole salvarsi.
Ostaggio, mi tengono in vita,
sono l'ara su cui sacrificano,
la pietà per i vivi uccidono in me.
Milano 7 Febbraio 2009
lunedì, febbraio 09, 2009
Ho dormito
Ho dormito in una stazione,
in Italia, in Austria, in Turchia,
aspettavo un treno,
ho conosciuto gente buona,
gente furba, gente indifferente,
ho dormito in una stazione,
avrei potuto esserci io,
ferito e bruciato,
in quel ospedale,
nel reparto passatempi.
Milano 9 Febbraio 2009
in Italia, in Austria, in Turchia,
aspettavo un treno,
ho conosciuto gente buona,
gente furba, gente indifferente,
ho dormito in una stazione,
avrei potuto esserci io,
ferito e bruciato,
in quel ospedale,
nel reparto passatempi.
Milano 9 Febbraio 2009
giovedì, gennaio 29, 2009
...
Se la neve la preserva…
Scende la neve,
candida e lieve,
copre, silente,
parchi e giardini,
mancando i bimbi,
assenti i nonni,
restano i cani,
coi lor padroni,
copre, la neve
le loro fatte,
e le preserva
dalla disfatta,
saranno pronte,
con il disgelo,
fresche e odorose,
appariranno,
tra l’erba verde,
come deposte,
appena fatte.
resta fresca anche la merda.
Milano 22 Gennaio 2009
Scende la neve,
candida e lieve,
copre, silente,
parchi e giardini,
mancando i bimbi,
assenti i nonni,
restano i cani,
coi lor padroni,
copre, la neve
le loro fatte,
e le preserva
dalla disfatta,
saranno pronte,
con il disgelo,
fresche e odorose,
appariranno,
tra l’erba verde,
come deposte,
appena fatte.
resta fresca anche la merda.
Milano 22 Gennaio 2009
A Stefania che commentò "Le anatre e il Tao"
Stefania, questo tuo commento vale per me
quanto una nomina a senatore a vita,
ti fò una riverenza ed arrossisco,
sfioro le tue scarpe col cimiero,
davvero non ne sono degno,
non fu che un caso, sul fiume,
vedere in quegli uccelli,
queruli, il tao,
no, non fui io,
fu il tao,
fu.
quanto una nomina a senatore a vita,
ti fò una riverenza ed arrossisco,
sfioro le tue scarpe col cimiero,
davvero non ne sono degno,
non fu che un caso, sul fiume,
vedere in quegli uccelli,
queruli, il tao,
no, non fui io,
fu il tao,
fu.
Pampax
Vorrei essere piattola della tua pampa.
Avvinto alla radice del pelo.
Avvolto dagli umori,
stordito dagli odori,
sordo a tutti i rumori,
fuorché allo strofinio
del raso del sottogonna
sulle tue natiche forti.
Milano 8 Gennaio 2009
Avvinto alla radice del pelo.
Avvolto dagli umori,
stordito dagli odori,
sordo a tutti i rumori,
fuorché allo strofinio
del raso del sottogonna
sulle tue natiche forti.
Milano 8 Gennaio 2009
Nelle tue piccole labbra
Vorrei perdermi là dove gli umori secerni,
nascosto nella tua umida forra,
aspetterei i momenti eterni, istanti preziosi,
della tua sorgente intermittente,
mi cullerei, adagiato nelle tue pliche, al tuo passo,
sordo ai rumori del progresso,
solo la notte uscirei,
per udire gli usignoli intonare i loro canti alla Luna.
Pietra Ligure 2 Gennaio 2009
nascosto nella tua umida forra,
aspetterei i momenti eterni, istanti preziosi,
della tua sorgente intermittente,
mi cullerei, adagiato nelle tue pliche, al tuo passo,
sordo ai rumori del progresso,
solo la notte uscirei,
per udire gli usignoli intonare i loro canti alla Luna.
Pietra Ligure 2 Gennaio 2009
Le anatre e il Tao
Fendono la corrente innanzi a me le anatre,
eppure stanno ferme,
al loro petto si aprono le onde,
la flotta dei piroscafi leggeri tace
ed io con loro,
rifletto sul taoismo, sulla vita.
Pietra Ligure 2 Gennaio 2009
eppure stanno ferme,
al loro petto si aprono le onde,
la flotta dei piroscafi leggeri tace
ed io con loro,
rifletto sul taoismo, sulla vita.
Pietra Ligure 2 Gennaio 2009
La valle della Luna
L'Uomo strappò la mia veste di bosco,
il Fuoco arse la mia camicia d'erba,
e, il Sole, la mia carne terrosa,
la Pioggia ne strappò ampi brandelli,
la Luna dà refrigerio alle mie ossa,
così impudica, esposta, nuda,
io ti appaio solo roccia nel Vento
che sotto il suo soffio inquietante geme.
Milano 18 Gennaio 2009
il Fuoco arse la mia camicia d'erba,
e, il Sole, la mia carne terrosa,
la Pioggia ne strappò ampi brandelli,
la Luna dà refrigerio alle mie ossa,
così impudica, esposta, nuda,
io ti appaio solo roccia nel Vento
che sotto il suo soffio inquietante geme.
Milano 18 Gennaio 2009
La stagione delle piogge
Infine un tetto,
tra le radici di un pandano.
Sono il più grande,
cinque anni,
mi diceva mia madre,
tanto tempo fa,
quando era con noi
Così sono il padre,
no, non davvero,
solo fino a quando non torna,
sono il maggiore,
gli altri sono bambini
e devono ubbidire,
siamo riusciti a mangiare,
quasi sempre qualcosa,
ora però piovono bombe,
e io non so che fare.
Seduti sui calcagni, nel fango,
mia sorella e mio fratello stanno,
giocano, come facevo anch'io,
con una formica soldato e un rametto,
bisogna passarselo da una mano all'altra,
senza che ti morda, senza fine,
così facciamo anche noi,
avanti e indietro, tra i due fronti,
ora ho paura, più di prima,
sono cresciuto e non voglio,
non voglio andare con le Tigri,
non voglio combattere per loro,
non voglio lasciare i miei fratelli,
non voglio che l'esercito mi uccida,
penseranno che sia una Tigre,
anche se non lo sono…
Intanto qui non c'è niente da mangiare,
avessi almeno ancora il mio coltello,
potrei scavare le grosse larve bianche,
quei bruchi grassi e dolci,
nel legno marcescente,
ma l'ho perduto ieri nella frana,
ci siamo salvati a stento,
ha fatto cadere, il temporale,
il muretto di terra e di letame,
al quale stava appoggiata la lamiera,
chissà che non sia stato Shiva, il distruttore.
Chissà se i bombardieri hanno sulle ali,
o sulla pancia, l'immagine del Budda,
che medita, ieratico, l'ascesi.
Ah, se avessi almeno il mio coltello!
Milano 15 Gennaio 200
tra le radici di un pandano.
Sono il più grande,
cinque anni,
mi diceva mia madre,
tanto tempo fa,
quando era con noi
Così sono il padre,
no, non davvero,
solo fino a quando non torna,
sono il maggiore,
gli altri sono bambini
e devono ubbidire,
siamo riusciti a mangiare,
quasi sempre qualcosa,
ora però piovono bombe,
e io non so che fare.
Seduti sui calcagni, nel fango,
mia sorella e mio fratello stanno,
giocano, come facevo anch'io,
con una formica soldato e un rametto,
bisogna passarselo da una mano all'altra,
senza che ti morda, senza fine,
così facciamo anche noi,
avanti e indietro, tra i due fronti,
ora ho paura, più di prima,
sono cresciuto e non voglio,
non voglio andare con le Tigri,
non voglio combattere per loro,
non voglio lasciare i miei fratelli,
non voglio che l'esercito mi uccida,
penseranno che sia una Tigre,
anche se non lo sono…
Intanto qui non c'è niente da mangiare,
avessi almeno ancora il mio coltello,
potrei scavare le grosse larve bianche,
quei bruchi grassi e dolci,
nel legno marcescente,
ma l'ho perduto ieri nella frana,
ci siamo salvati a stento,
ha fatto cadere, il temporale,
il muretto di terra e di letame,
al quale stava appoggiata la lamiera,
chissà che non sia stato Shiva, il distruttore.
Chissà se i bombardieri hanno sulle ali,
o sulla pancia, l'immagine del Budda,
che medita, ieratico, l'ascesi.
Ah, se avessi almeno il mio coltello!
Milano 15 Gennaio 200
L'appuntamento
Incontro la mia bella lungo il fiume,
ha intorno un'aria tremula e un po' scura
e chi, senza badarle un po' la sfiora
poi si ritrae, e trema di paura ,
un poco anch'io, ma poi con me l'invito,
andiamo sottobraccio fino al ponte,
la, dove pasturano le oche
ed io ripasso un poco la mia vita
infine lei mi ricorda ch'è finita
e strettomi con forza mi conduce
in quella forra dove non c'è luce
e, lasciva, attenta, mi sorride,
finchè io cedo e con la morte gioco
andando insieme verso il cimitero.
Pietra Ligure 2 Gennaio 2009
ha intorno un'aria tremula e un po' scura
e chi, senza badarle un po' la sfiora
poi si ritrae, e trema di paura ,
un poco anch'io, ma poi con me l'invito,
andiamo sottobraccio fino al ponte,
la, dove pasturano le oche
ed io ripasso un poco la mia vita
infine lei mi ricorda ch'è finita
e strettomi con forza mi conduce
in quella forra dove non c'è luce
e, lasciva, attenta, mi sorride,
finchè io cedo e con la morte gioco
andando insieme verso il cimitero.
Pietra Ligure 2 Gennaio 2009
In una giornata di nebbia
Un rivolo di nebbia, dalla finestra socchiusa,
scende, così, nella vasca, un rivolo di sangue,
sento di diventare più leggero.
L’acqua si è fatta quasi fredda,
mi scuote un brivido le membra,
lo stomaco mi sembra più pesante.
Mi duole un po’ la testa e non la muovo,
dovrà sembrare un suicidio, sono certo,
avranno cercato il narcotico con cura.
Se penso che l’assicurazione era fasulla…
Era una fotocopia taroccata bene,
lei e il suo ganzo l’hanno creduta vera.
Ora, lo sento, sto per scivolare, sotto,
speravo di non finire anche affogato,
sono davvero così brutti, nelle foto.
Suicidato per aver voluto fare il furbo,
ma ancora peggio, se fossi stato onesto,
oltre che morto sarei stato beffato.
In fin dei conti non prenderanno un soldo,
questo dovrebbe consolarmi, mi ripeto,
vorrei tremare di freddo, ma non posso.
L’acqua è diventata quasi un rosso intenso,
lo stomaco contratto mi fa male,
si piegano le ginocchia sotbho ‘l spebhob
scende, così, nella vasca, un rivolo di sangue,
sento di diventare più leggero.
L’acqua si è fatta quasi fredda,
mi scuote un brivido le membra,
lo stomaco mi sembra più pesante.
Mi duole un po’ la testa e non la muovo,
dovrà sembrare un suicidio, sono certo,
avranno cercato il narcotico con cura.
Se penso che l’assicurazione era fasulla…
Era una fotocopia taroccata bene,
lei e il suo ganzo l’hanno creduta vera.
Ora, lo sento, sto per scivolare, sotto,
speravo di non finire anche affogato,
sono davvero così brutti, nelle foto.
Suicidato per aver voluto fare il furbo,
ma ancora peggio, se fossi stato onesto,
oltre che morto sarei stato beffato.
In fin dei conti non prenderanno un soldo,
questo dovrebbe consolarmi, mi ripeto,
vorrei tremare di freddo, ma non posso.
L’acqua è diventata quasi un rosso intenso,
lo stomaco contratto mi fa male,
si piegano le ginocchia sotbho ‘l spebhob
Il muro e la memoria
mattone su mattone su mattone
ne su mattone su mattone su ma
costruisco un muro
per tenerti fuori
per chiudermi dentro
tu sarai prigioniero
io sarò prigioniero
io sarò libero di non vederti
tu di non vedere me
sarà un bicchiere mezzo vuoto
sarà un bicchiere mezzo pieno
io sarò protetto dal tuo odio
non dalla mia paura
tu sarai protetto dalla mia mano
io dalla tua
due facce della stessa moneta
non c'incontreremo mai
fino a che la curiosità
non vincerà memoria
Milano 28 Gennaio 2009
ne su mattone su mattone su ma
costruisco un muro
per tenerti fuori
per chiudermi dentro
tu sarai prigioniero
io sarò prigioniero
io sarò libero di non vederti
tu di non vedere me
sarà un bicchiere mezzo vuoto
sarà un bicchiere mezzo pieno
io sarò protetto dal tuo odio
non dalla mia paura
tu sarai protetto dalla mia mano
io dalla tua
due facce della stessa moneta
non c'incontreremo mai
fino a che la curiosità
non vincerà memoria
Milano 28 Gennaio 2009
Dalle colline corse
Io qui, sulla collina del vecchio cimitero,
guardo i falchi volare, indaffarati,
dalla torre pisana, ai campi lungo il fiume;
sento le strida dei piccoli affamati,
non quelle dei topi, morti e lacerati.
Seduto nella macchia spogliata,
che circonda il vecchio cimitero,
aspiro l’odore del mare, il suo respiro;
fermo, sento i conigli, guardinghi,
uscire allo scoperto. Giunge il tramonto.
Tra poco comincerà, l’assiolo,
a scandire la notte col suo verso,
hanno già dato, intanto, il cambio,
alle ultime rondini, nel cielo,
pipistrelli scuri e silenziosi.
Io, qui, sulla collina, che si fa scogliera,
sento le procellarie piangere la gente,
abbandonata dai gommoni in mare aperto.
Il mare mormora, e sembra indifferente,
ma forse sono io che non capisco, niente.
Milano 26 Gennaio 2009
guardo i falchi volare, indaffarati,
dalla torre pisana, ai campi lungo il fiume;
sento le strida dei piccoli affamati,
non quelle dei topi, morti e lacerati.
Seduto nella macchia spogliata,
che circonda il vecchio cimitero,
aspiro l’odore del mare, il suo respiro;
fermo, sento i conigli, guardinghi,
uscire allo scoperto. Giunge il tramonto.
Tra poco comincerà, l’assiolo,
a scandire la notte col suo verso,
hanno già dato, intanto, il cambio,
alle ultime rondini, nel cielo,
pipistrelli scuri e silenziosi.
Io, qui, sulla collina, che si fa scogliera,
sento le procellarie piangere la gente,
abbandonata dai gommoni in mare aperto.
Il mare mormora, e sembra indifferente,
ma forse sono io che non capisco, niente.
Milano 26 Gennaio 2009
Dal Medio Oriente
Se dovessero, arabi e israeliani,
pagare per il dolore che ci danno,
a tutti noi nel mondo che li guardiamo,
a tutti noi che li ascoltiamo e non capiamo,
per le nostre speranze, deluse, nel progresso,
per le magnifiche sorti e progressive, morte,
per i nuovi anni, sempre rinnovati e sempre uguali,
per le foto di bimbi martoriati cui ci hanno costretto,
e poi le donne, i vecchi e i giovinetti, invalidi e amputati,
ben più di mille dovrebbero morirne al mese, forse duemila,
a mesi alterni, beninteso, ora di questi e ora di quelli,
ché in Africa è così, ci dan dolore anch’essi e forte,
ma pagano, la nostra sofferenza, ben più di tanto.
Allora vale la pena di soffrire noi,
sapendo loro quanto costa!
Invece lì, nel Medio Oriente,
per quanto ci fanno stare male,
dovrebbero oramai essere scomparsi,
eh, quanti popoli lo fecero in silenzio.
No, loro no, ancora stanno a urlare,
ma oramai ci abbiamo fatto il callo,
aspettiamo, a commuoverci la fine.
Aspettiamo che, dei due popoli,
almeno uno scompaia.
Poi lo commemoreremo.
Certo che, con l’insistenza
con la quale vanno avanti,
che non vogliono parlarsi,
che vogliono gettarsi, l’un l’altro, a mare,
viene da dirsi: sarebbe più leggero,
il mondo forse, dopo di loro,
senza questo carico di odio,
senza questo o quello, qualunque Dio.
Milano 13 Gennaio 2009
pagare per il dolore che ci danno,
a tutti noi nel mondo che li guardiamo,
a tutti noi che li ascoltiamo e non capiamo,
per le nostre speranze, deluse, nel progresso,
per le magnifiche sorti e progressive, morte,
per i nuovi anni, sempre rinnovati e sempre uguali,
per le foto di bimbi martoriati cui ci hanno costretto,
e poi le donne, i vecchi e i giovinetti, invalidi e amputati,
ben più di mille dovrebbero morirne al mese, forse duemila,
a mesi alterni, beninteso, ora di questi e ora di quelli,
ché in Africa è così, ci dan dolore anch’essi e forte,
ma pagano, la nostra sofferenza, ben più di tanto.
Allora vale la pena di soffrire noi,
sapendo loro quanto costa!
Invece lì, nel Medio Oriente,
per quanto ci fanno stare male,
dovrebbero oramai essere scomparsi,
eh, quanti popoli lo fecero in silenzio.
No, loro no, ancora stanno a urlare,
ma oramai ci abbiamo fatto il callo,
aspettiamo, a commuoverci la fine.
Aspettiamo che, dei due popoli,
almeno uno scompaia.
Poi lo commemoreremo.
Certo che, con l’insistenza
con la quale vanno avanti,
che non vogliono parlarsi,
che vogliono gettarsi, l’un l’altro, a mare,
viene da dirsi: sarebbe più leggero,
il mondo forse, dopo di loro,
senza questo carico di odio,
senza questo o quello, qualunque Dio.
Milano 13 Gennaio 2009
Capire la poesia
Capire la poesia
Cotto di vino aspro, cotto di miele
cotto con spezie diverse,
dalle tue mani ripreso dal vaso,
posto incongruamente nel piatto,
e decorato di salsa di mirtilli e cioccolato,
eccomi pronto,
verserò lacrime di sangue,
lacrime di me,
distillo versi malati,
rime baciate, alterne,
dodecasillabi o esametri,
senza misura o pena,
se mi capisci, bene,
fingi, altrimenti,
qualche parola arriverà al tuo cuore,
altre alla mente,
intendo ridere di me sopra ogni cosa,
fammi ridere con te,
morte, mia sposa.
Descriverti saprò senza vederti,
dammi la mano e andiamo,
altri ci sono che spingono da presso,
e senza posa.
Se mi capisci, bene,
fingi, altrimenti,
qualche parola arriverà al tuo cuore,
altre alla mente,
non serve il costrutto della frase,
solo l'intento.
non serve.
Milano 26 Gennaio 2009
Cotto di vino aspro, cotto di miele
cotto con spezie diverse,
dalle tue mani ripreso dal vaso,
posto incongruamente nel piatto,
e decorato di salsa di mirtilli e cioccolato,
eccomi pronto,
verserò lacrime di sangue,
lacrime di me,
distillo versi malati,
rime baciate, alterne,
dodecasillabi o esametri,
senza misura o pena,
se mi capisci, bene,
fingi, altrimenti,
qualche parola arriverà al tuo cuore,
altre alla mente,
intendo ridere di me sopra ogni cosa,
fammi ridere con te,
morte, mia sposa.
Descriverti saprò senza vederti,
dammi la mano e andiamo,
altri ci sono che spingono da presso,
e senza posa.
Se mi capisci, bene,
fingi, altrimenti,
qualche parola arriverà al tuo cuore,
altre alla mente,
non serve il costrutto della frase,
solo l'intento.
non serve.
Milano 26 Gennaio 2009
Al critico Narri
Le sono debitore di un consiglio, caro Narri,
ma scrivo per gusto ed emozione,
per divertimento e rimozione,
mosca cocchiera sto sul bue, dinanzi ai carri,
cerco, anche nel riso, compenso
al mio dolore, così non penso,
e poetando sussurro, o canto, stonato.
ma scrivo per gusto ed emozione,
per divertimento e rimozione,
mosca cocchiera sto sul bue, dinanzi ai carri,
cerco, anche nel riso, compenso
al mio dolore, così non penso,
e poetando sussurro, o canto, stonato.
Doglianze di poeta
Leggo delle morti quotidiane di chi davver lavora,
e me ne dolgo, una tenia mi sento, un parassita,
io, solo, mi compiaccio che il massimo rischio di un poeta,
qui, non sia che la tenzone che, in versi sciolti, o in rima,
si compone di sensi e di dissensi,
si articola in nonsensi,
si scioglie in controsensi.
Chi si prende sul serio,
intimo della musa,
e chi davvero scherza,
senza tenere il muso,
e chi, preso di sé, s'adonta.
e me ne dolgo, una tenia mi sento, un parassita,
io, solo, mi compiaccio che il massimo rischio di un poeta,
qui, non sia che la tenzone che, in versi sciolti, o in rima,
si compone di sensi e di dissensi,
si articola in nonsensi,
si scioglie in controsensi.
Chi si prende sul serio,
intimo della musa,
e chi davvero scherza,
senza tenere il muso,
e chi, preso di sé, s'adonta.
Accablé
Accablé de souvenirs,
même du devenir,
par les fantômes, inconnus,
de ma prochaine vie,
je reste la bas, silencieux,
cependant si bien présent,
a moi même, comme une chêne,
à la fête du gui parmi les Celtes.
même du devenir,
par les fantômes, inconnus,
de ma prochaine vie,
je reste la bas, silencieux,
cependant si bien présent,
a moi même, comme une chêne,
à la fête du gui parmi les Celtes.
venerdì, dicembre 19, 2008
Astensione dalle donazioni di sangue per protesta.
Poesia dal "MAnifesto dei Donatori di Sangue Lombardi per la Tutela dei Diritti del Malato"
Pensavo alla tutela della vita e dal dolore
Sdraiato sul lettino guardavo il plafone
e, nel suo volo torpido, una zanzara,
sembrava incongrua sul bianco, immacolato,
poi sorrisi, era del mestiere un’esperta.
La sacca del mio sangue oscillava lenta,
tra una battuta dell’addetta e un donatore,
io ero lontano dal luogo e dal momento,
pensavo ad Eluana Englaro e al suo tormento.
Pensavo alla prigione ed alla sua innocenza.
Fine pena mai, era a vita condannata.
Oh, che contraddizione! Se servi sei morto!
Prendono quello che gli serve a cuor battente…
È il silenzio come un assenso confermato.
A chi vuol, invece, la fuga non è data.
Andarsene in silenzio senza patir dolor
non è concesso.
Allora parlerò per chi non lo può fare.
Se a chi vuole morire non sarà concesso,
io sciopero, morirà qui chi non lo vuole,
e lungi donerò il mio sangue a chi gli serve.
Milano 15 Dicembre 2008
La mobilitazione dei donatori di sangue inizia dalla Lombardia, la prima regione a pronunciarsi contro la decisione della magistratura di rispettare la volontà di Eluana Englaro è anche la prima in questa mobilitazione per il rispetto del malato e della sua volontà.
Contro la schizofrenia della politica e di parte della classe medica, che da una parte vogliono poter espiantare gli organi considerendo il silenzio del paziente come assenso implicito, dall'altra vogliono poter tenere artificialmente legato al letto di un'ospedale il corpo di chi invece aveva espresso la volontà di non essere sottoposto a nutrimento, idratazione, trattamenti farmacologici ecc.
Politici e medici insieme al clero vogliono poter decidere della nostra vita e della nostra morte. Si donino il sangue da soli!
Il 5 Marzo 2012 un aggiornamento sul modo di gestire la Sanità in Lombardia: http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_05/formigoni-don-verze-atti-su-misura-gerevini-ravizza_ea1dd1fa-6691-11e1-a7b0-749eb32f5577.shtml
Pensavo alla tutela della vita e dal dolore
Sdraiato sul lettino guardavo il plafone
e, nel suo volo torpido, una zanzara,
sembrava incongrua sul bianco, immacolato,
poi sorrisi, era del mestiere un’esperta.
La sacca del mio sangue oscillava lenta,
tra una battuta dell’addetta e un donatore,
io ero lontano dal luogo e dal momento,
pensavo ad Eluana Englaro e al suo tormento.
Pensavo alla prigione ed alla sua innocenza.
Fine pena mai, era a vita condannata.
Oh, che contraddizione! Se servi sei morto!
Prendono quello che gli serve a cuor battente…
È il silenzio come un assenso confermato.
A chi vuol, invece, la fuga non è data.
Andarsene in silenzio senza patir dolor
non è concesso.
Allora parlerò per chi non lo può fare.
Se a chi vuole morire non sarà concesso,
io sciopero, morirà qui chi non lo vuole,
e lungi donerò il mio sangue a chi gli serve.
Milano 15 Dicembre 2008
La mobilitazione dei donatori di sangue inizia dalla Lombardia, la prima regione a pronunciarsi contro la decisione della magistratura di rispettare la volontà di Eluana Englaro è anche la prima in questa mobilitazione per il rispetto del malato e della sua volontà.
Contro la schizofrenia della politica e di parte della classe medica, che da una parte vogliono poter espiantare gli organi considerendo il silenzio del paziente come assenso implicito, dall'altra vogliono poter tenere artificialmente legato al letto di un'ospedale il corpo di chi invece aveva espresso la volontà di non essere sottoposto a nutrimento, idratazione, trattamenti farmacologici ecc.
Politici e medici insieme al clero vogliono poter decidere della nostra vita e della nostra morte. Si donino il sangue da soli!
Il 5 Marzo 2012 un aggiornamento sul modo di gestire la Sanità in Lombardia: http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_05/formigoni-don-verze-atti-su-misura-gerevini-ravizza_ea1dd1fa-6691-11e1-a7b0-749eb32f5577.shtml
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lunedì, dicembre 08, 2008
Necropoli fenicia
La sepoltura, aperta, al sole,
esposta, al ludibrio dell'agosto
mostrava lo scheletro, scomposto,
intorno, qualche oggetto personale.
Appoggiate, vicino, tra i pennelli
le numerate scatole, le ossa
della mano e pochi, poveri anelli,
erano corona alla scarna fossa.
Ma l'ora della pausa meridiana
si protraeva ed era quasi sera,
avrebbe potuto, forse, la luna
coprire come d'un manto di cera,
pallida, spettrale, il perpetrato
scempio, nessuno avrebbe protestato.
Milano 8 Dicembre 2008
esposta, al ludibrio dell'agosto
mostrava lo scheletro, scomposto,
intorno, qualche oggetto personale.
Appoggiate, vicino, tra i pennelli
le numerate scatole, le ossa
della mano e pochi, poveri anelli,
erano corona alla scarna fossa.
Ma l'ora della pausa meridiana
si protraeva ed era quasi sera,
avrebbe potuto, forse, la luna
coprire come d'un manto di cera,
pallida, spettrale, il perpetrato
scempio, nessuno avrebbe protestato.
Milano 8 Dicembre 2008
sabato, dicembre 06, 2008
Mostra i nidi l’autunno
Dal reggiseno slabbrato
cade un poco il seno.
Una punta di cellulite
scava le natiche tonde.
Ombre di piccoli vasi
ti fanno rete ai polpacci.
Il ventre acciambellato
attorno all’ombelico
è il cuscino eletto
dove vorrei affondare,
almeno lo contemplo
io l’uovo nel nido.
Io albero, ramo, fronda,
avvolto intorno al nido
sfido gli elementi,
intorno a te mi stringo,
a ogni colpo di vento
con te più mi confondo.
Milano 22 - 10 - 2003
cade un poco il seno.
Una punta di cellulite
scava le natiche tonde.
Ombre di piccoli vasi
ti fanno rete ai polpacci.
Il ventre acciambellato
attorno all’ombelico
è il cuscino eletto
dove vorrei affondare,
almeno lo contemplo
io l’uovo nel nido.
Io albero, ramo, fronda,
avvolto intorno al nido
sfido gli elementi,
intorno a te mi stringo,
a ogni colpo di vento
con te più mi confondo.
Milano 22 - 10 - 2003
venerdì, novembre 14, 2008
L'onda
Struggente e vero:
la vita di un'onda,
capriccio di vento,
e d'acque correnti,
s'infrange in spuma
e lì si consuma;
lì, sulla spiaggia,
rende un momento,
dei cieli che vide,
un lampo, un riflesso;
ma torna e rinasce,
mai più la stessa;
ne nasce un dolore,
ne sale un odore,
di putrido e fresco,
l'odore del mare,
consumato e nuovo,
sapore d'amore,
che cerca un riposo,
che neppure al Polo,
potrà più trovare.
la vita di un'onda,
capriccio di vento,
e d'acque correnti,
s'infrange in spuma
e lì si consuma;
lì, sulla spiaggia,
rende un momento,
dei cieli che vide,
un lampo, un riflesso;
ma torna e rinasce,
mai più la stessa;
ne nasce un dolore,
ne sale un odore,
di putrido e fresco,
l'odore del mare,
consumato e nuovo,
sapore d'amore,
che cerca un riposo,
che neppure al Polo,
potrà più trovare.
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