martedì, giugno 30, 2009
In morte di M.J.
Forse non lo era mai stato
Non poteva quindi morire
Non poteva davvero morire
Inventarsi una vita
Acquistare una razza,
Un naso e una faccia
In regalo non aveva accettato
Che una voce ed un canto
Non era stato mai bimbo
E bimbo ha voluto restare
Aveva comprato una stirpe
Cercando l’eterno in un grembo
Che aveva soltanto affittato
Avrebbe voluto astrarsi volare
Così in astratto durare.
Milano 29 Giugno 2009
lunedì, giugno 29, 2009
Il commiato
a pochi metri da un corpo morto,
chè la vita il mare s’era preso,
lì a fianco siamo rimasti tutti,
lì, in costume, silenziosi,
noi si guardava il mare,
e chi lo interrogava tacendo,
chi, invece, parlando l’ascoltava.
Abbiamo atteso, insieme a lui,
il commiato dal mare in una bara.
Milano 28 Giugno 2009
mercoledì, giugno 10, 2009
La badante, la badata e la figlia liberata
nella casa in cui esiliata,
lavoravi in nero, badante,
sei morta dimenticata,
temevi un nuovo esilio,
nessuno ti ha sentito
accedere al martirio
sull’altare costruito,
per sentirsi padroni,
con legge insipiente,
da immemori coglioni,
fuori non sei niente
dentro, tu sei, nascosta,
per la figlia della badata,
la carriera, preposta
alla madre malata.
Ma è più spesso l’uomo
che affida la madre
alla badante illegale,
è più spesso l’uomo,
che le affida il padre,
dopo averle negato
l’ingresso legale.
Dopo avere votato.
venerdì, giugno 05, 2009
Vergognarsi di essere italiano. Berlusconi e il suo governo mi causano un grave danno esistenziale.
martedì, aprile 28, 2009
Sui colli della Val d'Aso 1955
La Torre dell’orologio non è mai stata un campanile, fu costruita nel 1831, al centro dell’antica rocca, di cui altro non resta che le fondamenta delle mura, inglobate nelle case intorno alla spianata di sassi incuneati con cura.
Era, la spianata, come un’enorme aia leggermente convessa su cui si aprivano le porte delle case che dominavano il paese e, tra queste, la bottega del falegname e quella del fornaio erano alle estremità del lato esposto a sud.
C’era in quella disposizione un’antica saggezza, l’uno aveva il forno sempre acceso e il suo fumo salendo dalla cima del colle non avrebbe disturbato nessuno, l’altro, pur stando a distanza dal fuoco del fornaio, avrebbe disturbato meno, rumoreggiando nella sua bottega, lì sulla cima, ché, come si sa, anche il suono “a cono sal nell’àere”, inoltre erano, quelle di quel lato del piazzale, le uniche facciate ariose e soleggiate del paese, essendo le altre sulla stretta e ripida via che lì menava dalla Porta.
Altre botteghe aprivano le loro porte sulla via, nell’ombra, c’era il barbiere, in un locale a smalto color burro, e, quasi in fronte a lui, c’era la “privativa” dei tabacchi e dei bolli, di pochi giochi e dei quaderni, con al suo fianco l’osteria, il padrone era lo stesso e passava, da un ruolo all’altro, da una stretta apertura nel muro che le divideva, attraverso una cortina di catene d’alluminio, insieme all’odore del vino rovesciato e stantio che sempre intorno gli aleggiava.
Un poco più avanti, dove una strada usciva dall’abitato verso una chiesa e quindi al cimitero, c’era il macellaio e intorno l’odore di sangue che sempre ristagnava. Era, la chiesa, molto più nuova del resto del paese, aveva cinquanta o cento anni, mentre la struttura del paese, la più antica, quella delle case a strapiombo con le mura sulle pendici aspre del colle aveva fondamenta tra i mille e i cinquecento anni addietro.
La costa dell’ascolano ebbe gli ultimi suoi pirati a saccheggiarla nel 1815, ma, fino ad allora, dai Liburni, che contesero ai Romani l’Adriatico, ai Narentani, che combatterono i Veneziani per circa cinque secoli, ai Barbareschi e agli Uscocchi, non vi fu generazione, su queste coste, che non conobbe qualche razzia.
Così, dall’esterno, il paese sembrava una Torre di Babele: dalle rocce scabre salivano semi-pilastri di pietra e di mattoni che, disuguali, si univano in arditi archi, nelle rientranze, a fare da base a un piano superiore di muri-pilastri irregolari, tra cui, ogni tanto, qualcuna aveva come un terrazzino a cui scendeva dall’alto una scaletta e una colombaia o un alveare stavano a sfruttare lo stretto spazio tra la roccia e il vuoto, più sopra un altro piano correva, disuguale, di pilastri di pietra e di mattoni ancora, ad alti archi congiunti, e qui i pollai avevano più aggio, forse due metri, a loro stava sopra un piano quasi continuo, ma di diversa altezza, di archi e pilastri di mattoni, le volte più basse si aprivano su loggiati scuri e più profondi, a volte chiusi da un muro con una piccola finestra, erano, in fine, le cantine delle case, che gli crescevan sopra con altri quattro piani, o cinque, di finestre strette, sulla valle, ma con solo due, o tre, fuori di terra, sulla via.
Di là dalla strada, verso monte, un’altra fila di case aveva tre o quattro piani, quanto bastava perché l’ultimo piano vedesse l’orizzonte, sopra la cinta più esterna, ma non erano, queste, grandi case, ad onta dell’altezza, non avevano che una stanza per lato, a fianco della scala e, dietro, il monte.
Sopra di esse, fondendosi con i loro tetti saliva, come una cupola, la roccia liscia su cui ergeva le sue antiche mura la Rocca e dal suo centro la Torre, fino al mare, gettava sguardi inquieti.
In quel paese scabro, di pietre e di mattoni, pochi, di coppi non rossi ma grigi, o gialli di licheni, nella sua strada che dalla chiesa menava fino a casa, versai il mio sangue dalla gota imberbe. Giocando a marito e moglie, con la mia prima fidanzata “seria”, avevo trovato una lametta da rasoio vicino a un tombino e, specchiandomi nel secchio accanto alla fontana, beato mi radevo serio serio, finché si tinse del mio sangue il secchio, quattro anni mi sembrarono pochi per morire così, solo per gioco, corsi ricordo fino a casa, ma non era niente, la nonna mi sapeva coccolare, mi fece lo zabaione con il pane!
Era un paese che si sapeva divertire: lungo la strada, ripida, in discesa, una volta all’anno c’era la gara dei “carrozzi”, trappole con ruote di fortuna, che i ragazzi costruivano per la corsa e quasi sempre finivano distrutte.
Ma quel paese aveva per me un “bonus” sopra ogni cosa, il falegname era mio zio e in quella sua bottega ho conosciuto il legno e la sua vena, come la pialla l’accarezza, oppure lo scheggia, e che non dura il chiodo oltre un momento, che per un falegname la vite è un’offesa al legno, altro non serve che la colla e un buon incastro.
Conobbi, dalla sua cantina, scendendo ancora, l’ebbrezza di una vertigine impossibile, avendo una ringhiera malferma sopra il vuoto, conobbi l’Orsa Minore, conobbi che nulla esiste di assoluto.
Ebbi conoscenze tramandate di generazione in generazione di bambini, su come fare esplosivi con zucchero, zolfo, carbone e pillole per il mal di gola.
Resta per me, quel borgo, un luogo della conoscenza che sono orgoglioso d’avere tanto amato.
Milano 27 Aprile 2009
lunedì, aprile 20, 2009
“48” O’ Sismologo
Arnaldo Tomato si era appisolato, aveva aperto il cassetto basso di sinistra, per appoggiarci le gambe, quello alto a destra, per la testa e si era fatto una specie di amaca con la poltroncina del tecnico mentre il computer faceva le veci delle cicale, non fosse stato per il solito sogno, con quello stronzo del suo professore di educazione artistica che commentava i suoi disegni chiamandolo arnaldo pomodoro e gli diceva di spremersi di più, che quello non era un succo degno di Arnarldo Pomodoro, ma di Arnaldo Broccolo…
Ma infine verso le 3.30 il computer tacque e dopo un istante, come una madre all’improvviso silenzio, si svegliò Arnaldo e subito mosse il mouse per riattivare lo schermo.
Il mouse si era intorpidito, o era la sua mano? Comunque riuscì a scorrere il foglio di calcolo fino alla fine e lì in grassetto appariva la previsione, accurata al 67%, nel giro di 300 ore, in base alle misurazioni che aveva effettuato nella zona dei Campi Flegrei e alle solfatare di Pozzuoli, si sarebbe verificato un terremoto di magnitudo tra 5,5 e 7,1 che avrebbe potuto anche causare dislocamenti tettonici tali da innescare anche una successiva eruzione del Vesuvio. In realtà l’eruzione avrebbe anche potuto riguardare l’area dei Campi Flegrei direttamente, ma per sapere quale dei due vulcani si sarebbe più probabilmente svegliato ci sarebbe stato bisogno di una campagna di rilevazioni più estesa.
L’adrenalina scorreva veloce, gli sembrava quasi di sentire le contrazioni delle ghiandole surrenali, ma probabilmente era solo il sonno sull’”amaca”. Doveva subito avvertire la Protezione Civile, e il Prefetto, non c’era tempo da perdere.
Ma, già c’era stato il caso di quel sismologo che aveva preannunciato un terremoto in Abruzzo ed era stato denunciato per procurato allarme…
Inoltre aveva usato le sonde dell’istituto al di fuori dei suoi compiti istituzionali, senza il placet del Professore…
Lui doveva stare attento a come si muoveva era un piuccheprecario, era quasi un abusivo, il Prof ogni tanto gli faceva fare delle perizie che poi firmava e gli passava la metà dell’onorario, che poi era un bel regalo gli diceva, visto che lui aveva tutti soldi esentasse in nero e le tasse, anche per la sua parte, le pagava il Prof.
Non se ne veniva fuori, altro che cattedra e finalmente mettere su casa con la sua “zucchina” qui c’era da perdere anche quel poco.
Ma quanta gente viveva sulle falde del Vesuvio, su quei palazzi costruiti su quegli intrecci di pilastri, come nidi su cespugli, quanta si sarebbe riversata sulla disastrata viabilità, quanti ancora vivevano abusivi nelle case con il decreto di inagibilità ormai illeggibile sulla porta, nei vicoli con le travi che tenevano su una casa appoggiandosi a quella di fronte e via, come un infinito porticato o un castello di carte?
Quante case erano state rialzate a ogni condono di un altro piano? E lui, era meglio lui, che saputo dal cugino del condono “arrivando”, aveva fatto due locali sul terrazzo di zia Cettina, promettendole che non l’avrebbe lasciata morire di cancro, ma che le avrebbe comprato quattro dosi e l’avrebbe aiutata a iniettarsela e poi non ne aveva avuto il coraggio, e l’aveva vista spegnersi, mentre tormentata dal dolore si mordeva a sangue le guance per non urlare e lo guardava ormai non più implorante, solo dispiaciuta.
Sapeva quello che zia Cettina non gli aveva mai detto, sapeva quello che lei pensava: suo cugino, il figlio di zia Cettina, era stato un “omo” lui era solo un ragazzo e lo sarebbe sempre stato; suo cugino, quando il padre era stato ferito in un conflitto tra contrabbandieri, a soli sedici anni era andato in ospedale e aveva ammazzato il feritore e adesso era a Poggioreale con un rene in meno a causa di una rissa e altri quindici anni per lo stesso motivo, ne aveva ammazzato uno e quasi sgozzato un altro.
No non aveva la stoffa dell’eroe, così aveva solo sprecato gli ultimi 25 fine settimana, aveva litigato con Fabiana tante di quelle volte…
Lo scoramento gli fece un groppo in gola, ingoiò lacrime di frustrazione e catarro che non sapeva di avere.
Tutti i sacrifici dei suoi genitori, sua sorella che si era sposata quell’imbecille di Ottaviano per andarsene di casa perché era gelosa di tutte le speranze di riscatto che i loro genitori riversavano su di lui, tutto inutile.
Non poteva fare niente per i suoi concittadini, non è che meritassero molto, è vero, ogni volta che andava a gettare la spazzatura e vedeva tutto buttato alla “sanfasò”: carta, vetri, lattine, teste di pesce; gli veniva una rabbia…
Ma il suo fallimento, essere così vicino…
No, non poteva continuare a macerarsi così, doveva fare qualcosa di costruttivo!
Subito, prima che arrivassero i colleghi!
Aprì il suo c/c e il deposito amministrato e con la leva finanziaria mise ordini per “future” su azioni di tre società che producevano cemento, poi cancellò il programma e se ne andò a dormire.
Milano 7 Aprile 2009
Erminia e le tentazioni della carne (Racconto in cinque capitoli)
Il secondo matrimonio
La festa non era appena cominciata, durava da tre giorni, ma, in fine, quella sarebbe stata l’ultima sera, non ce la faceva più. Oramai si vedeva che, tranne gli ultimi arrivati, erano tutti stanchi.
Così ebbe un momento di pausa e poté guardarsi in giro senza continuare ad annuire e rispondere, farfugliando, nel suo improbabile francese, a domande e apprezzamenti che non capiva.
La mensa faceva quasi il giro del cortile, si interrompeva solo accanto alla piccola fontana che irrigava l’orto della menta, quattro metri quadrati proprio davanti all’ingresso della casa, come un baluardo profumato agli odori della città. La fontana buttava poco, ma l’avevano disposta in modo che l’acqua facesse un rumore di ruscello, nelle cadute tra le due vaschette alte per le abluzioni del viso di uomini e donne e prima di raccogliersi nella vaschetta bassa, per i piedi, per poi disperdersi tra le alte piante di menta.
La casa era una tipica casa da clima caldo, chiusa all’esterno, come un convento, si apriva verso la sua corte interna su due piani, con un porticato per piano, su tutti e quattro i lati, ma era sovrastata da un terrazzo solo sul corpo principale, quello di fronte all’ingresso, dove abitavano i genitori di Wadi, qui da tre giorni, con le anche doloranti, Erminia era seduta a presenziare a questa sua festa di matrimonio.
Quando aveva acconsentito a fare due matrimoni, con due feste, una dai suoi a Zocca, sull’Appennino modenese e una ad Agadir, sulla costa atlantica del Marocco, dai genitori di Wadi, aveva immaginato che sarebbe stato faticoso, ma tre giorni accosciata la stavano mettendo a dura prova.
Stanotte sarebbe finita, l’indomani sarebbero partiti tutti gli invitati, probabilmente i saluti si sarebbero effettuati in piedi, avrebbe voluto chiederlo a Wadi, ma un dubbio, un piccolo dubbio di avere torto, le consigliava di restare nell’incertezza, alimentando così la speranza.
Wadi bello e dolce come il sole d’estate tra i rami di un fico, si volgeva a tutti con attenzione, sorridendo con il cuore a parenti che quasi non conosceva, aprendo la chiostra dei suoi denti, perfetti e splendenti alla luce delle lampade a gas, distribuite lungo la mensa apparecchiata sul lastricato del cortile coperto di tappeti.
Con Wadi non aveva potuto che scambiare poche parole da quando erano arrivati, la macchina della festa era già partita e gli sposi era d’uso che non si ritirassero da soli neppure per dormire, in quei tre giorni.
Averlo così vicino, eppure così lontano da una vera intimità era un supplizio.
Chissà? A casa, in Italia, non passava giorno che non facessero l’amore almeno ogni sera, appena si vedevano, poi spesso più tardi, qui da tre giorni non era stato possibile, si immaginò che avesse i testicoli gonfi e si accorse che solo pensandoci si era bagnata. Quale alchimia di sensi si scatenava tra loro? Chissà che potenza di energia orgonica si sarebbe potuto ricavare dai loro amplessi, si ritrovò a sorridere tra sé e accorgendosene cominciò a ridere, si ricordò che Wadi gli aveva raccomandato un contegno riservato, ma cominciò a tremargli la pancia per lo sforzo di soffocare il riso. Wadi colse il suo sguardo d’aiuto e le andò vicino aiutandola ad alzarsi, poi l’accompagnò in un bagno del piano superiore ed entrò con lei.
Finalmente soli, furono a lungo sciolti nelle braccia l’uno dell’altra, sordi e muti.
Un bussare leggero e una voce di bambino li riportarono al qui e ora, solo allora si baciarono.
- Coraggio amore è quasi finita, domani saremo in albergo sull’Atlante, al fresco delle cime, da soli.
Uscirono e fecero due passi intorno alla casa, Erminia sentiva le anche dolenti e credeva che i legamenti ormai fossero compromessi, sentiva di ancheggiare più del solito, le sembrava di essere più alta, possibile che tre giorni seduta facessero questo effetto?
- Amore mio, non hai visto che di fianco a mio padre c’erano due amici suoi che si sono passati un narghilè per tutta la serata? Non era fumo di tabacco quello che tirava dalla tua parte nella brezza della sera. - Ridendo dolcemente la rassicurò Wadi, - Non è successo niente stai tranquilla, le tue percezioni sono solo un poco diverse dal solito, ma ci sono io con te.
Come era facile sentirsi a posto, al suo fianco, dovunque.
Capitolo II
Il viaggio di nozze
Le passeggiate, in quella specie di Svizzera africana, le facevano sentire il suo corpo sereno e potente.
Dopo l’arsura delle pianure, dopo le colline seccate dall’estate e i loro colori prosciugati dal vento, ecco il verde dei pascoli e dei boschi d’alta quota, l’aria tersa del mattino permetteva di spaziare fino a orizzonti impensabili.
Cosa poteva immaginare di meglio? Provò a chiederselo nei pochi momenti in cui era sola e non ebbe nessuna risposta. Così ebbe paura, paura che tutto finisse, che non si trattasse che di un sogno, ma appena Wadi tornava con il suo respiro breve e affrettato, dall’hammam dell’albergo, avendo fatto le scale di corsa, si sentiva di essere l’aria che lo nutriva, e si lasciava andare, tra le sue braccia forti, come alla corrente di un fiume.
Conversare tra loro era come doppiare un film appassionante, le sembrava di essere diventata più intelligente, più spiritosa, i loro dialoghi erano pregni di significati profondi, eppure con la leggerezza del disincanto incarnato nella saggezza di un amore senza tempo.
Aveva imparato a conoscersi più a fondo di quanto non le fosse mai successo, aveva tanto cercato con Fabio il suo punto G, eppure era lì, dove probabilmente era sempre stato, in attesa della sua mano gentile.
Aveva imparato a titillargli la prostata, per farlo arrivare all’orgasmo quando oramai sembrava non ci fosse più niente da fare, dopo tutta una notte d’amore.
Aveva rasentato il delirio quando lui le si era negato, dopo ore di preliminari, perché era mestruata, l’aveva implorato di prenderle il culo e aveva voluto prenderlo più a fondo che mai, si sarebbe aperta come un’ostrica per lui e aveva avuto un orgasmo anche così. Sconvolgente.
Le due settimane furono tanto infinitamente piene di fuggevoli attimi preziosi da volare, apprezzarono la lunga attesa della cena, quando, inaspettata, era giunta una parte del seguito di un ministro e aveva reclamato la priorità nel servizio, e la fugacità della picchiata di un falco su un piccolo qualcosa in una radura.
Capitolo III
La vita in comune
Le piccole contrarietà del quotidiano si stemperavano nelle reciproche attenzioni, e niente sembrava turbare la loro armonia, si faceva strada in entrambi l’idea che avrebbero potuto avere un figlio.
Erminia aveva già cominciato a prendere l’acido folico, per prevenire la spina bifida, in un eventuale feto che volesse annidarsi nel suo utero sereno.
Ma, una domenica mattina, andarono a un “brunch” con i colleghi di lavoro di Wadi, e lì cadde un seme di scontento.
Davanti alle uova fritte con pancetta, Erminia ebbe uno scompenso, si sentì mancare per un istante, mentre Wadi proseguiva con il suo vassoio fino alle costine d’agnello, lei ebbe la sensazione che il suo stomaco si ribellasse, che volesse trattenerla, chiuse gli occhi un momento e aspirò il profumo della pancetta affumicata.
Non disse nulla e si limitò a un cappuccino liscio, ma fece fatica a fare accettare allo stomaco quel sostituto.
La compagnia era brillante e altre volte lei aveva goduto di quel clima scanzonato che i colleghi di Wadi, ingegneri e geologi di una società di prospezioni petrolifere, instauravano così facilmente, quel giorno restò un poco in disparte.
Tornando a casa lui le chiese se non stesse bene. – Hai qualche novità per me amore? – Le chiese, visto che non aveva mangiato niente. Lei, stranita, non capì, solo alla sua occhiata eloquente al suo ventre interpretò la domanda come lui si aspettava e laconica:- No niente, lo saprei, solo un po’ di imbarazzo, avrò qualche linea di febbre.
Quella sera fu la prima volta da quando vivevano insieme che non fecero l’amore, lei si nascose dietro il suo malessere e la sera, dopo una cena leggera, andò a dormire presto.
Alle tre del mattino si svegliò da un sogno con l’urgenza di fare pipì, mentre, seduta, aspettava l’ultima goccia, le tornò in mente il sogno, era alla gita scolastica di quinta superiore, nella Foresta Nera e la colazione era un tripudio di salumi, ricordava perfettamente quella tavola, il pane di segale caldo con le fettine di prosciutto alla brace, i meraner wurst, il prosciutto affumicato… Si accorse che stava di nuovo sognando, seduta sul water, solo perché la saliva le era caduta sulle ginocchia.
Capitolo IV
L’illuminazione
Qualche giorno dopo, Wadi tornò da una “convention” a Sondrio con un “violino” di capra, era tutto contento e senza aspettare neppure di cambiarsi cominciò ad affettarlo.
Fu l’inizio della fine, forse la somiglianza del violino di capra, ispido di pelo scuro, con il prosciutto di cinghiale, le fece scattare qualcosa, qualcosa di ancestrale, forse aveva ragione quel poeta del Dio Maiale, i sogni di quella notte furono tutte le portate di un cenone di Capodanno, completamente a base di maiale!
Il mattino si alzò prima di Wadi e corse a farsi una doccia, aveva l’impressione che lui potesse sentire l’odore di carne impura di cui per buona parte della notte si era nutrita, ma questa fu una riflessione che ebbe dopo, mentre l’acqua le scorreva addosso, sul momento, appena alzata, aveva solo avuto una sensazione di sporcizia sulla pelle.
Si strofinò a lungo tutto il corpo con la spugna vegetale, la schiena con la striscia di canapa a due mani e, sbattendo i gomiti contro le pareti della doccia, rimpianse la spazzola di setola che usava prima di conoscere Wadi e, di nuovo, si sentì in colpa, le sembrava di tradirlo.
Quando a tavola per la colazione, però, vide il caffelatte e le fette biscottate con burro e marmellata, ebbe un moto di stizza, le tornò in mente il “brunch” e quelle uova fritte, bianche, ma appena rapprese, nel cui tuorlo gli altri immergevano i crostini e la pancetta croccante che piegavano con cura, con forchetta e coltello, prima di portarla alla bocca con gusto evidente. Anche lei aveva partecipato a quel piacere anche solo guardando.
La colazione fu pesante, lei rispondeva a monosillabi e Wadi, stupito, chiedeva cosa non andasse, se aveva dormito, se aveva mal di testa…
Finalmente lui uscì e lei telefonò in ufficio che avrebbe tardato, perché la lavatrice le aveva allagato la casa.
Per distendere un poco la tensione fece un giro di ripasso alla casa, sprimacciò il divano e disfò il letto, cercando in quei gesti di ritrovare il senso della quotidianità, dell’appartenenza alla sua realtà.
Aveva sempre pensato di essere una persona razionale, passionale, ma razionale. Eppure questa storia del Maiale le stava sfuggendo di mano, possibile che al solo nominarlo avesse l’acquolina in bocca?
Insomma bisognava esorcizzarlo si disse, si sarebbe comperata un cacciatore di cavallo e se lo sarebbe mangiato interamente da sola, adesso.
Si vestì in fretta come non mai, il trucco non fu che un’ombra sugli occhi, sfumata con le dita in ascensore.
Alle otto e trenta era davanti alla saracinesca che saliva, alle otto e quarantacinque era a casa ad affettare il salame, con il francesino spalancato, pronto ad accogliere le piccole fette, si accorse che le tremavano le mani e si sedette. Un bicchiere d’acqua? No meglio un chinotto. Ne bevve un intero bicchiere a piccoli sorsi, ma lo sguardo continuava a fuggire al salame sul tagliere, finalmente riuscì a calmare la sua ansia e lo tagliò a fette spesse, aveva piccoli lardelli bianchi sparsi che facevano un forte contrasto con la carne scura.
Aveva scelto il cacciatore di cavallo perché così le sembrava di tradire meno Wadi, cercò di dimenticare che sapeva benissimo che i lardelli bianchi erano di maiale, e invece erano proprio loro, sciogliendosi sulla lingua a darle più piacere. Sì, era un buon salame, ma si sentiva che era di cavallo, la carne un poco dolce, era più secca intorno alla fetta e quasi fresca nel mezzo, era una cosa diversa da quello che aveva sognato. Aveva sbagliato! Per esorcizzare il Dio Maiale avrebbe dovuto prendere un salame di Puro Suino o coppa o prosciutto o culatello.
In pochi minuti era di nuovo in strada, entrò nel supermercato e al bancone della salumeria prese un etto di tutti i salumi di maiale su cui le caddero gli occhi.
Tornò a casa, però, in preda a una agitazione confusa, pensava a Wadi, pensava ai loro progetti di avere in figlio, pensava alle sue sensazioni di quei giorni, pensava ad Allah, per lo meno a come glielo aveva rappresentato Wadi, che, pur non essendo praticante, obbediva ai precetti di astensione dall’alcool e dal maiale, pensava al Dio dei suoi genitori, quello cristiano, cattolico, apostolico, romano e al digiuno quaresimale, ah ecco perché non c’era coda in salumeria, erano tutti alla pescheria, era venerdì di Pasqua!
La cosa la rasserenò, il suo non era uno sgarbo ad Allah, ma, democraticamente, anche al Dio cristiano, Wadi non aveva da prendersela, da quel momento il suo Dio sarebbe stato il Maiale, la prendessero un po’ in saccoccia tutti gli altri. La pervase una sensazione di pace che la accompagnò fino in casa, aprì con calma ogni involto e da ciascuno prese una fettina, ogni fettina con un pezzetto di pane mangiò con gusto, percepì il sacrificio del Maiale e quello del Grano, quello del Lievito e quello del Sale, sentì che tutti loro vivevano in lei.
Andò in ufficio con una serenità, nello sguardo e nel cuore, che le sembrava di non avere mai avuto, aveva riposto con cura i salumi nel frigo e si era fermata al bar a farsi un calice di rosso, alle dieci del mattino il barista l’aveva guardata stupito e aveva aperto una bottiglia di Raboso, lei ne aveva apprezzato il carattere robusto e sanguigno, aspro e dolce e si era avviata al metrò sorridente e leggera.
Capitolo V
I riflessi cangianti della seta
Quella sera tornando dall’ufficio Erminia si era fermata in una enoteca a aveva preso una bottiglia di refosco dal peduncolo rosso, raboso non ne aveva trovato, non aveva ascoltato molto della disquisizione dell’addetto, aveva colto però che quello era il vino che più gli somigliava.
Aprendo la porta, con solo due mandate, aveva capito che Wadi era già rientrato e le era andata incontro allegra. Lui era davanti al frigorifero con in mano un cartoccio di coppa aperto e l’aria schifata. Lei entrando aveva posato la bottiglia sul mobiletto e sorridendo gli aveva preso il cartoccio dicendogli:- Non è per te amore, l’ho preso per me.
In quel momento lui vide la bottiglia di vino e il suo sguardo si fece cupo. La guardò con disprezzo e andò in sala.
Erminia aveva dalla sua la consapevolezza di essere nel giusto, prese una fettina di coppa con due dita e se la calò in bocca dall’alto, aprì la bottiglia di vino e se ne versò un bicchiere. Poi si preparò un panino con il prosciutto di Praga e un velo di senape, e si mise a mangiare con gusto.
Wadi doveva essere perplesso, pensò Erminia, lei, appena aveva colto la sua contrarietà alla vista di maiale e alcolici, li aveva banditi dalla casa e dalla vita, ma ora era tempo di cambiare se voleva, e, se non voleva, bene! Non era certo il caso di farci un figlio! Bisognava affrontare la cosa, subito.
Entrò in sala con un vassoietto con il panino e il bicchiere, sorridendo, e gli disse che nessuno lo avrebbe obbligato a mangiare maiale e a bere vino, ma che nessuno avrebbe impedito a lei di farlo e se avessero avuto un figlio avrebbe mangiato ciò che avesse voluto, senza divieti ideologici o religiosi.
Wadi era sorpreso da questa sua presa di posizione, lei non aveva mai manifestato disagio di sorta per quelle rinunce, tanto che lui aveva pensato fosse qualcosa di naturale; nonostante le prove contrarie, nei ristoranti e a casa d’altri, si era trovato a pensare che, forse, non tutti gli italiani bevevano alcolici e mangiavano maiale, non si era fermato a riflettere più che tanto sulla cosa, aveva accettato la cosa come naturale.
Erminia lo guardava, serena, vedeva nei suoi occhi uno smarrimento che le fece male, ma diede un morso al panino con convinzione, lo vide rabbrividire, poi con un sorso di vino deglutì il bolo gustoso, sentì il tannino leggero sul palato e prese un altro sorso, per sgombrare la bocca e gustare più pienamente, vide in quel momento che lui le leggeva negli occhi il piacere ed era geloso.
Si avvicinò a lui e le prese la mano, se la portò alle labbra e la baciò, se la fece scorrere sul viso e con essa si carezzò, sentì la sua rigidezza e gli si accostò, lui rimase inerte, confuso; lei rimase al suo fianco per un tempo infinito, credeva di sentire i sentimenti di Wadi combattere tra loro, le sue abitudini scontrarsi con la sua logica disincantata e prese l’iniziativa, lo baciò, con le labbra che ancora sapevano di vino. Lui fermò il respiro in un rifiuto, poi si lasciò andare e respirò quei profumi di frutti di bosco, stupito socchiuse le labbra e assaporò quel che di aspro e di tannino era ancora sulle labbra di lei e la baciò.
Non fu facile per loro rispettare e capire quel che fino allora avevano ignorato, seppellito, ma, come la trama e l’ordito della seta, diversi e contrastanti, danno riflessi cangianti e preziosi, così loro, accettandosi per intero, divennero più della somma delle loro parti, più di quel che, pur bello, erano stati.
Milano10 Aprile 2009
giovedì, marzo 26, 2009
Cade la pioggia, ma Agata che fa?
Agata non si attendeva un segno dal cielo, sì sapeva d’essere un’eletta, ma insomma, proprio un fulmine sull’antenna della macchina, un istante prima di pigiare il pulsante del telecomando, quando era a meno di due metri dall’auto! Rimase abbagliata e assordata, si volse e si appoggiò al palo del divieto di sosta, un istante, poi realizzò che era di metallo e si scostò di scatto, un’occhiata all’auto, le cui gomme fumavano, alla macchia scura sul tetto dove c’era stata l’antenne della radio, la convinse ad affrontare di nuovo la traversata della larga piazza sotto la pioggia fitta e fine.
Mentre beveva un capo in bi, in caffè, si rese conto di essere in ghetto. Si era allontanata dall’auto senza pensare a dove andava, così dopo tanto tempo era entrata in ghetto.
Da quando si era iscritta alla Lega non era più entrata in ghetto, chissà perché? In fin dei conti c’erano molti ebrei di destra, ce ne erano stati anche nel Partito Nazionale Fascista, addirittura alcuni erano stati sostenitori di Hitler, all’inizio della sua sciagurata parabola politica. Oltretutto che fosse ebrea per parte di madre, dalla trisnonna lungo la linea femminile (quindi a tutti gli effetti) lo sapeva solo lei, in seguito a quella malnata ricerca araldica, commissionata dal padre alla ricerca di qualche sedicesimo di nobiltà.
Ma allora perché tutto quel disagio, perché non era più riuscita a entrare in ghetto da allora? Appena si avvicinava all’angolo a est di Piazza Unità d’Italia cominciava a sentire di essere osservata, di più, sentiva che anche le pietre del marciapiede parevano farsi più lisce, e gli spigoli più acuti, sarebbe stato un attimo sbrizzar via de pè e romperse la testa su quei spigoi netti.
Poi questo pensare in triestino appena si avvicinava al ghetto, saltava fuori da ricordi ancestrali di cui non aveva contezza. Ecco, il caffè caldo cominciava a renderla più presente a se stessa, ah “aveva contezza” questo sì che era un bell’italiano aulico! Come gli era venuto poi di ordinare un capo in bi? Non sapeva neppure cosa fosse prima di entrare in quel bar, eppure, quando gli avevano presentato il caffè macchiato in bicchiere lo aveva riconosciuto subito.
Si era sempre ritenuta una Vera Padovana, una Veneta Vera! Non una veneziana con i piedi a mollo, adatta a fare la comparsa per Goldoni, non una vicentina campagnola e magnagati! Certo suo padre era del sud, ma si era integrato così bene! Dopo cinquant’anni lo si sarebbe detto proprio un indigeno, e sua madre… Lasciamo perdere… Sarebbe stato tutto così perfetto, se non fosse stato per quella trisnonna: ebrea triestina. Come dire il peggio del peggio.
Un tempo non le era dispiaciuta Trieste, con questa sua aria da zitella dignitosa, e i triestini che se la godevano mica male, sempre fuori di casa, o in caffè o in osmizza, o al mare o in Carso, era un bella città dove passare qualche giornata di vacanza, ma da quando aveva scoperto questa sua ascendenza… Niente! Non c’era verso. Aveva un bel ripetersi che sarebbe potuta andare peggio: avrebbe potuto scoprire un’antenata zingara! Ma il sollievo durava solo un attimo, era così inconcepibile…
Così queste riunioni degli eletti nelle liste della Lega nel Nord Est, che si tenevano a rotazione tra i capoluoghi, quando toccava a Trieste stavano diventando un tormento.
Il barista stava aprendo il prosciutto, cotto in crosta di pane, che gli avevano appena portato caldo, caldo e il profumo saliva nell’aria densa di umidità, ma lei si accorse con sgomento di avere ribrezzo di quella carne impura e si fece indietro, mentre le sue ghiandole salivari le inondavano la bocca.
Arrivavano intanto i clienti abituali che sapevano che era l’ora del prosciutto e venivano a bagnarsi il becco con un birin, mangiando un rotolin de prosciuto sul grisin, mentre altri accompagnavano l’ottavin de malvasia o de terrano con un piattin de prosciutto col kren. Sembrava una parodia, erano tutto piccine le cose che chiedevano… Frastornata dalle sue sensazioni Agata, uscendo, andò a sbattere con un uomo che entrava e le cadde la cartella con gli appunti per la relazione che avrebbe dovuto fare sull’incontro. Tutti i fogli si sparsero sul pavimento bagnato e tra le scarpe degli avventori. L’uomo le sorrise e per salvare la situazione disse: “Stè fermi tuti, che se stè fermi ofro il bis a tuti” poi si chinò in fretta ad aiutarla, infilandosi tra le gambe dei clienti a raccogliere i suoi fogli, mentre lei era rimasta, schifata, a guardare i suoi appunti mescolarsi alla segatura bagnata. Con un sorriso le si avvicinò, dicendole: “Mettiamoli ad asciugare sul termosifone e mi permetta di offrirle qualcosa intanto che aspettiamo, tanto per farmi perdonare”.
Ah ecco cosa presagiva quel fulmine!
In testa le frullava una canzone della Nannini, Agata era diventata sorda, sorrideva a quell’uomo come un’imbecille, il chiasso degli avventori era lontanissimo e questa specie di Lancillotto dagli occhi verdi e dal capello biondo, la guardava scompigliandole le sinapsi, lo vedeva muovere la bocca, ma non sentiva niente, lo seguì al tavolo e, mentre lui le scostava la sedia, ricollegò i sensi e il rumore del caffè tornò, fastidioso, mentre lei cercava di sentire le sue parole di presentazione.
Wlado Kubernakis mediatore culturale del comune di Trieste per la comunità rom. Era un rom di origini greco-ungheresi, i suoi facevano i giostrai in giro per l’Europa.
Il cerchio era completo, prima di sapere del suo sedicesimo di sangue ebraico lo avrebbe salutato con cortese fermezza e infastidita se ne sarebbe andata, dimenticandolo, ora sentiva, sapeva, che sarebbe stato tutto diverso.
Milano 26 Marzo 2009
giovedì, marzo 19, 2009
Due passi nel bosco
Si lamenta l’erba cipollina
Il muschio cede l’acqua che trattiene
Poi la riprende come respirando
Il cuoio delle foglie morte tace
Si fa poltiglia sotto il piede
Son molli i ricci di castagno
Neppure i rami morti crocchiano più
Cedendo sotto il piede mugolano piano
Eppure
Tra i lamenti cresce ribelle la peonia
Affaccia il capolino anche il muscari
Io cerco il luogo dove sepolto stavi
Mentre io ti aspettavo
Mentre ti cercavo
Là dove la lupara bianca ti lasciò
Là dove avrebbero voluto tu restassi
Non è nel cimitero che ti trovo
Ma qui dove ti lasciarono morente
Coperto dalle foglie e qualche ramo.
Milano 19 Marzo 2009
sabato, febbraio 28, 2009
Tu limpida fonte ed io Narciso
sorrisi donati in gelidi mattini,
nessuno di me cantò le membra,
esercitate in tiepidi grattini,
solo, di me , massime si disse:
cemento sei, granito!
Non pallido alabastro,
né pur ebano nerastro.
Ancora avevo riccioli scuri,
ma mistero magnifico non fui,
né ombroso,
né imperial nuca la mia.
Ma sempre io fui
a consumar le ombre
onde cantar le membra altrui,
i riccioli, la nuca,
le pieghe e i dolci afrori.
Così son, ora, a celebrare te,
dolce amore in cui mi specchio,
limpida fonte di fronte a me,
Narciso.
Milano 28 Febbraio 2009
mercoledì, febbraio 11, 2009
Se potessi pensare, se potessi scrivere
è quello del glucosio nella flebo,
sento il tuo dolore più del mio,
sento l'amaro gusto della salvia,
sento il piccante della menta,
quando mi lavi i denti e piangi,
quanto vorrei liberarmi,
quanto vorrei liberarti,
Liberami da queste catene,
liberami da questo letto,
liberami da queste carezze,
liberami da queste preghiere,
di chi vuole salvarmi,
di chi vuole salvarsi.
Ostaggio, mi tengono in vita,
sono l'ara su cui sacrificano,
la pietà per i vivi uccidono in me.
Milano 7 Febbraio 2009
lunedì, febbraio 09, 2009
Ho dormito
in Italia, in Austria, in Turchia,
aspettavo un treno,
ho conosciuto gente buona,
gente furba, gente indifferente,
ho dormito in una stazione,
avrei potuto esserci io,
ferito e bruciato,
in quel ospedale,
nel reparto passatempi.
Milano 9 Febbraio 2009
giovedì, gennaio 29, 2009
...
Scende la neve,
candida e lieve,
copre, silente,
parchi e giardini,
mancando i bimbi,
assenti i nonni,
restano i cani,
coi lor padroni,
copre, la neve
le loro fatte,
e le preserva
dalla disfatta,
saranno pronte,
con il disgelo,
fresche e odorose,
appariranno,
tra l’erba verde,
come deposte,
appena fatte.
resta fresca anche la merda.
Milano 22 Gennaio 2009
A Stefania che commentò "Le anatre e il Tao"
quanto una nomina a senatore a vita,
ti fò una riverenza ed arrossisco,
sfioro le tue scarpe col cimiero,
davvero non ne sono degno,
non fu che un caso, sul fiume,
vedere in quegli uccelli,
queruli, il tao,
no, non fui io,
fu il tao,
fu.
Pampax
Avvinto alla radice del pelo.
Avvolto dagli umori,
stordito dagli odori,
sordo a tutti i rumori,
fuorché allo strofinio
del raso del sottogonna
sulle tue natiche forti.
Milano 8 Gennaio 2009
Nelle tue piccole labbra
nascosto nella tua umida forra,
aspetterei i momenti eterni, istanti preziosi,
della tua sorgente intermittente,
mi cullerei, adagiato nelle tue pliche, al tuo passo,
sordo ai rumori del progresso,
solo la notte uscirei,
per udire gli usignoli intonare i loro canti alla Luna.
Pietra Ligure 2 Gennaio 2009
Le anatre e il Tao
eppure stanno ferme,
al loro petto si aprono le onde,
la flotta dei piroscafi leggeri tace
ed io con loro,
rifletto sul taoismo, sulla vita.
Pietra Ligure 2 Gennaio 2009
La valle della Luna
il Fuoco arse la mia camicia d'erba,
e, il Sole, la mia carne terrosa,
la Pioggia ne strappò ampi brandelli,
la Luna dà refrigerio alle mie ossa,
così impudica, esposta, nuda,
io ti appaio solo roccia nel Vento
che sotto il suo soffio inquietante geme.
Milano 18 Gennaio 2009
La stagione delle piogge
tra le radici di un pandano.
Sono il più grande,
cinque anni,
mi diceva mia madre,
tanto tempo fa,
quando era con noi
Così sono il padre,
no, non davvero,
solo fino a quando non torna,
sono il maggiore,
gli altri sono bambini
e devono ubbidire,
siamo riusciti a mangiare,
quasi sempre qualcosa,
ora però piovono bombe,
e io non so che fare.
Seduti sui calcagni, nel fango,
mia sorella e mio fratello stanno,
giocano, come facevo anch'io,
con una formica soldato e un rametto,
bisogna passarselo da una mano all'altra,
senza che ti morda, senza fine,
così facciamo anche noi,
avanti e indietro, tra i due fronti,
ora ho paura, più di prima,
sono cresciuto e non voglio,
non voglio andare con le Tigri,
non voglio combattere per loro,
non voglio lasciare i miei fratelli,
non voglio che l'esercito mi uccida,
penseranno che sia una Tigre,
anche se non lo sono…
Intanto qui non c'è niente da mangiare,
avessi almeno ancora il mio coltello,
potrei scavare le grosse larve bianche,
quei bruchi grassi e dolci,
nel legno marcescente,
ma l'ho perduto ieri nella frana,
ci siamo salvati a stento,
ha fatto cadere, il temporale,
il muretto di terra e di letame,
al quale stava appoggiata la lamiera,
chissà che non sia stato Shiva, il distruttore.
Chissà se i bombardieri hanno sulle ali,
o sulla pancia, l'immagine del Budda,
che medita, ieratico, l'ascesi.
Ah, se avessi almeno il mio coltello!
Milano 15 Gennaio 200
L'appuntamento
ha intorno un'aria tremula e un po' scura
e chi, senza badarle un po' la sfiora
poi si ritrae, e trema di paura ,
un poco anch'io, ma poi con me l'invito,
andiamo sottobraccio fino al ponte,
la, dove pasturano le oche
ed io ripasso un poco la mia vita
infine lei mi ricorda ch'è finita
e strettomi con forza mi conduce
in quella forra dove non c'è luce
e, lasciva, attenta, mi sorride,
finchè io cedo e con la morte gioco
andando insieme verso il cimitero.
Pietra Ligure 2 Gennaio 2009
In una giornata di nebbia
scende, così, nella vasca, un rivolo di sangue,
sento di diventare più leggero.
L’acqua si è fatta quasi fredda,
mi scuote un brivido le membra,
lo stomaco mi sembra più pesante.
Mi duole un po’ la testa e non la muovo,
dovrà sembrare un suicidio, sono certo,
avranno cercato il narcotico con cura.
Se penso che l’assicurazione era fasulla…
Era una fotocopia taroccata bene,
lei e il suo ganzo l’hanno creduta vera.
Ora, lo sento, sto per scivolare, sotto,
speravo di non finire anche affogato,
sono davvero così brutti, nelle foto.
Suicidato per aver voluto fare il furbo,
ma ancora peggio, se fossi stato onesto,
oltre che morto sarei stato beffato.
In fin dei conti non prenderanno un soldo,
questo dovrebbe consolarmi, mi ripeto,
vorrei tremare di freddo, ma non posso.
L’acqua è diventata quasi un rosso intenso,
lo stomaco contratto mi fa male,
si piegano le ginocchia sotbho ‘l spebhob
Il muro e la memoria
ne su mattone su mattone su ma
costruisco un muro
per tenerti fuori
per chiudermi dentro
tu sarai prigioniero
io sarò prigioniero
io sarò libero di non vederti
tu di non vedere me
sarà un bicchiere mezzo vuoto
sarà un bicchiere mezzo pieno
io sarò protetto dal tuo odio
non dalla mia paura
tu sarai protetto dalla mia mano
io dalla tua
due facce della stessa moneta
non c'incontreremo mai
fino a che la curiosità
non vincerà memoria
Milano 28 Gennaio 2009
Dalle colline corse
guardo i falchi volare, indaffarati,
dalla torre pisana, ai campi lungo il fiume;
sento le strida dei piccoli affamati,
non quelle dei topi, morti e lacerati.
Seduto nella macchia spogliata,
che circonda il vecchio cimitero,
aspiro l’odore del mare, il suo respiro;
fermo, sento i conigli, guardinghi,
uscire allo scoperto. Giunge il tramonto.
Tra poco comincerà, l’assiolo,
a scandire la notte col suo verso,
hanno già dato, intanto, il cambio,
alle ultime rondini, nel cielo,
pipistrelli scuri e silenziosi.
Io, qui, sulla collina, che si fa scogliera,
sento le procellarie piangere la gente,
abbandonata dai gommoni in mare aperto.
Il mare mormora, e sembra indifferente,
ma forse sono io che non capisco, niente.
Milano 26 Gennaio 2009
Dal Medio Oriente
pagare per il dolore che ci danno,
a tutti noi nel mondo che li guardiamo,
a tutti noi che li ascoltiamo e non capiamo,
per le nostre speranze, deluse, nel progresso,
per le magnifiche sorti e progressive, morte,
per i nuovi anni, sempre rinnovati e sempre uguali,
per le foto di bimbi martoriati cui ci hanno costretto,
e poi le donne, i vecchi e i giovinetti, invalidi e amputati,
ben più di mille dovrebbero morirne al mese, forse duemila,
a mesi alterni, beninteso, ora di questi e ora di quelli,
ché in Africa è così, ci dan dolore anch’essi e forte,
ma pagano, la nostra sofferenza, ben più di tanto.
Allora vale la pena di soffrire noi,
sapendo loro quanto costa!
Invece lì, nel Medio Oriente,
per quanto ci fanno stare male,
dovrebbero oramai essere scomparsi,
eh, quanti popoli lo fecero in silenzio.
No, loro no, ancora stanno a urlare,
ma oramai ci abbiamo fatto il callo,
aspettiamo, a commuoverci la fine.
Aspettiamo che, dei due popoli,
almeno uno scompaia.
Poi lo commemoreremo.
Certo che, con l’insistenza
con la quale vanno avanti,
che non vogliono parlarsi,
che vogliono gettarsi, l’un l’altro, a mare,
viene da dirsi: sarebbe più leggero,
il mondo forse, dopo di loro,
senza questo carico di odio,
senza questo o quello, qualunque Dio.
Milano 13 Gennaio 2009
Capire la poesia
Cotto di vino aspro, cotto di miele
cotto con spezie diverse,
dalle tue mani ripreso dal vaso,
posto incongruamente nel piatto,
e decorato di salsa di mirtilli e cioccolato,
eccomi pronto,
verserò lacrime di sangue,
lacrime di me,
distillo versi malati,
rime baciate, alterne,
dodecasillabi o esametri,
senza misura o pena,
se mi capisci, bene,
fingi, altrimenti,
qualche parola arriverà al tuo cuore,
altre alla mente,
intendo ridere di me sopra ogni cosa,
fammi ridere con te,
morte, mia sposa.
Descriverti saprò senza vederti,
dammi la mano e andiamo,
altri ci sono che spingono da presso,
e senza posa.
Se mi capisci, bene,
fingi, altrimenti,
qualche parola arriverà al tuo cuore,
altre alla mente,
non serve il costrutto della frase,
solo l'intento.
non serve.
Milano 26 Gennaio 2009
Al critico Narri
ma scrivo per gusto ed emozione,
per divertimento e rimozione,
mosca cocchiera sto sul bue, dinanzi ai carri,
cerco, anche nel riso, compenso
al mio dolore, così non penso,
e poetando sussurro, o canto, stonato.
Doglianze di poeta
e me ne dolgo, una tenia mi sento, un parassita,
io, solo, mi compiaccio che il massimo rischio di un poeta,
qui, non sia che la tenzone che, in versi sciolti, o in rima,
si compone di sensi e di dissensi,
si articola in nonsensi,
si scioglie in controsensi.
Chi si prende sul serio,
intimo della musa,
e chi davvero scherza,
senza tenere il muso,
e chi, preso di sé, s'adonta.
Accablé
même du devenir,
par les fantômes, inconnus,
de ma prochaine vie,
je reste la bas, silencieux,
cependant si bien présent,
a moi même, comme une chêne,
à la fête du gui parmi les Celtes.
venerdì, dicembre 19, 2008
Astensione dalle donazioni di sangue per protesta.
Pensavo alla tutela della vita e dal dolore
Sdraiato sul lettino guardavo il plafone
e, nel suo volo torpido, una zanzara,
sembrava incongrua sul bianco, immacolato,
poi sorrisi, era del mestiere un’esperta.
La sacca del mio sangue oscillava lenta,
tra una battuta dell’addetta e un donatore,
io ero lontano dal luogo e dal momento,
pensavo ad Eluana Englaro e al suo tormento.
Pensavo alla prigione ed alla sua innocenza.
Fine pena mai, era a vita condannata.
Oh, che contraddizione! Se servi sei morto!
Prendono quello che gli serve a cuor battente…
È il silenzio come un assenso confermato.
A chi vuol, invece, la fuga non è data.
Andarsene in silenzio senza patir dolor
non è concesso.
Allora parlerò per chi non lo può fare.
Se a chi vuole morire non sarà concesso,
io sciopero, morirà qui chi non lo vuole,
e lungi donerò il mio sangue a chi gli serve.
Milano 15 Dicembre 2008
La mobilitazione dei donatori di sangue inizia dalla Lombardia, la prima regione a pronunciarsi contro la decisione della magistratura di rispettare la volontà di Eluana Englaro è anche la prima in questa mobilitazione per il rispetto del malato e della sua volontà.
Contro la schizofrenia della politica e di parte della classe medica, che da una parte vogliono poter espiantare gli organi considerendo il silenzio del paziente come assenso implicito, dall'altra vogliono poter tenere artificialmente legato al letto di un'ospedale il corpo di chi invece aveva espresso la volontà di non essere sottoposto a nutrimento, idratazione, trattamenti farmacologici ecc.
Politici e medici insieme al clero vogliono poter decidere della nostra vita e della nostra morte. Si donino il sangue da soli!
Il 5 Marzo 2012 un aggiornamento sul modo di gestire la Sanità in Lombardia: http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_05/formigoni-don-verze-atti-su-misura-gerevini-ravizza_ea1dd1fa-6691-11e1-a7b0-749eb32f5577.shtml
lunedì, dicembre 08, 2008
Necropoli fenicia
esposta, al ludibrio dell'agosto
mostrava lo scheletro, scomposto,
intorno, qualche oggetto personale.
Appoggiate, vicino, tra i pennelli
le numerate scatole, le ossa
della mano e pochi, poveri anelli,
erano corona alla scarna fossa.
Ma l'ora della pausa meridiana
si protraeva ed era quasi sera,
avrebbe potuto, forse, la luna
coprire come d'un manto di cera,
pallida, spettrale, il perpetrato
scempio, nessuno avrebbe protestato.
Milano 8 Dicembre 2008
sabato, dicembre 06, 2008
Mostra i nidi l’autunno
cade un poco il seno.
Una punta di cellulite
scava le natiche tonde.
Ombre di piccoli vasi
ti fanno rete ai polpacci.
Il ventre acciambellato
attorno all’ombelico
è il cuscino eletto
dove vorrei affondare,
almeno lo contemplo
io l’uovo nel nido.
Io albero, ramo, fronda,
avvolto intorno al nido
sfido gli elementi,
intorno a te mi stringo,
a ogni colpo di vento
con te più mi confondo.
Milano 22 - 10 - 2003
venerdì, novembre 14, 2008
L'onda
la vita di un'onda,
capriccio di vento,
e d'acque correnti,
s'infrange in spuma
e lì si consuma;
lì, sulla spiaggia,
rende un momento,
dei cieli che vide,
un lampo, un riflesso;
ma torna e rinasce,
mai più la stessa;
ne nasce un dolore,
ne sale un odore,
di putrido e fresco,
l'odore del mare,
consumato e nuovo,
sapore d'amore,
che cerca un riposo,
che neppure al Polo,
potrà più trovare.
venerdì, ottobre 03, 2008
La canapa selvatica
Nonostante il tempo asciutto le temperature miti avevano fatto spuntare dei prataioli e dei piopparelli, così mi avvicinavo ai pioppi e ai sambuchi che sapevo avere ospitato in passato cespi dei secondi, mentre nelle radure cercavo i primi, mi trovai così in un culo di sacco tra muri di cemento, coperto da alberi, visto che non c’era uscita stavo tornando indietro quando un profumo mi fece guardare con attenzione e mi accorsi che tra le fronde che scostavo dal cammino si celava una pianta di maria.
Oh che dolce stupore trovarsi faccia a faccia con la santa pianta che tanti poeti ispirò, aerea, leggera, sottile, cresciuta com’era nella penombra della boscaglia. Mi tornò in mente il Nepal dove, a Katmandù, nel giardino della nostra casa crebbe, non piantata, una pianta di maria che in ottobre dovemmo tagliare con il machete…
Un attimo dopo però iniziai a guardarmi in giro sospettoso di trappole della Guardia di Finanza o dei Carabinieri, o della Polizia di Stato, o della Vigilanza Urbana, o della Polizia regionale, o di quella Provinciale, o di quella Postale, no, forse questa mi sarebbe stata risparmiata, ma e se dietro questi muri ci fosse una piantagione della mafia, o della n’drangheta, o della n’drina, o della camorra? Cosa sarebbe peggio essere beccato da questi o da quelli? Poi mi venne in mente che in effetti avevo contato più polizie che organizzazioni malavitose chissà qual era il significato sociologico?
Ma perbacco: c’era una pianta sola, sarà di qualche professionista a cui la pianta oramai spuntava dalla ringhiera del balcone, mi dissi, quindi stai tranquillo.
Eh, si, sono proprio i professionisti che girano col cannone, fatti di adrenalina per il su e giù della borsa o di cocaina per sembrare sicuri davanti ai clienti, buoni quelli…
No, meglio uno studente che, tornati i genitori dalle ferie, abbia deciso di nascondere fuori la pianta in attesa di fare il raccolto, si, e magari è di una di quelle bande che girano con i coltelli e devono fare vedere l’un l’altro che sono i più tosti, tipo “arancia meccanica”!
Ma, checcazzo! Mi devo fare venire le paRANOIE D A QUESTA PIANTA DI MERDA!
Sai che faccio? La brucio! Si adesso la taglio, poi la faccio seccare e poi la distruggo per vendetta, mi ha fatto andare in palla e io la faccio andare in fumo, nella pipa. Chissà se fa bene ai trigliceridi? Oh beh di qualcosa bisogna morire e piuttosto che morire di paura…
Milano 3 Ottobre 2008
martedì, settembre 23, 2008
Lampedusa recensione di un'isola
Un breve soggiorno a Lampedusa in settembre 2008 mi ha fatto scoprire un mare molto bello, caldo e facilmente fruibile, anche da bambini e anziani, per merito delle sue numerose spiaggette.
La cosa che invece mi ha stupito e non sono riuscito a capire è la divisione netta degli esercenti e commercianti in due categorie: ligi ed evasori; tutti i gelatai, i baristi e gli altri commercianti al minuto mi hanno rilasciato scontrini fiscali mentre tutti i ristoratori e l’unico gestore del villaggio con cui ho avuto a che fare mi hanno fatto ricevute farlocche, solo il terribile scirocco che, mantenendo la temperatura intorno ai 40 gradi e l’umidità sopra l’80%, mi ha tolto le forze mi ha impedito di presentare queste ricevute alla guardia di finanza onde facesse gli accertamenti del caso.
Lampedusa: un’isola di persone gentili.
In tutta la mia permanenza sull’isola, una settimana, non ricordo che una o due persone meno che cortesi, o addirittura cordiali.
Lampedusa: recensione di tre ristoranti.
La trattoria del porto: (ha una bella terrazzina sul tetto con vista sul porto) su esplicita richiesta, dopo un “pizzino”, mi ha portato uno scontrino fiscale al termine di una cena la cui grande tavolata di antipasti di pesce era tutta da dimenticare; non voglio tediarvi con l’esame di tutti gli undici antipasti che ho provato e di cui il solo tonno salato sott’olio era degno di essere terminato, non grande il merito, forse, in quanto ho la netta impressione che lo acquistassero in barattolo, ma non avendone le prove lascio adito al dubbio. All’antipasto seguì un cous cous di cernia con la semola giustamente sgranata, ben condita e molto piacevolmente aromatica, la cernia era un poco meno gustosa e le verdure alquanto scipite.
Le porzioni sono state abbondanti e il prezzo, senza vino, 40 euro.
La trattoria Pugliese: (un poco fuori dal paese, a fianco dell’aeroporto, quando decollano gli aerei si sentono i fumi di scarico, per fortuna non c’è un continuo viavai) pare sia il ristorante preferito dagli isolani e da molti turisti, la capocameriera, forse non è sempre di cattivo umore e scostante come la sera in cui sono andato io, altrimenti può essere motivo sufficiente per mangiare pane e panelle (ottime) in centro paese, una seconda cameriera cerca di sfilarti il piatto da sotto le posate non appena ti distrai e il terzo simpaticamente tamarro fa ambiente; l’antipasto di pesce, pur piccino, era di ottima fattura, così pure le linguine con ragù di ricciola e deliziose le “caramelle”, ripiene di non ricordo quale pesce, condite con pomodoro e ricotta (deliziosa) purtroppo negativo il giudizio sui calamari fritti (nonostante fosse stagione) in quanto l’infarinatura, sabbiosa, si staccava dal calamaro dando una sensazione di fastidio; il prezzo di quanto descritto senza vino fu di 55 euro.
Il ristorante La Roccia: (fuori paese, all’interno del camping e villaggio omonimo, con intorno alcuni dei pochi alberi dell’isola) avrebbe una terrazza panoramica,che preferiscono però lasciare alle sdraio, i pasti vengono serviti perciò sotto una tettoia, ad alcune decine di metri dal bordo della terrazza, senz’altro la posizione è più riparata e i camerieri fanno meno strada, ma al tramonto non si vede il mare, né più tardi la luna; nonostante la giovane età dello chef (Vincenzo di Palma, 23 anni) i piatti che ho provato sono stati impeccabili, dagli antipasti terra-mare (con ottimi calamari ripieni e squisita ricciola affumicata ad es.), alle orecchiette con ragù di ricciola, buono ma non entusiasmante solo il risotto gamberetti e more di gelso, anche la disponibilità dello chef a soddisfare richieste del cliente fuori dalla carta è da segnalare, anche qui la cameriera è un poco balzana, passa da una cordialità fin esagerata dalla prima volta che la si vede a una asciuttezza inspiegabile…
Lampedusa: l’unico campeggio.
Il Camping e villaggio La Roccia: come abbiamo detto, ha il pregio di avere alcuni dei pochi alberi presenti nell’isola, solo nel Vallone dell’Acqua ne troverete di più, e di avere accesso a una piccolissima spiaggia (circa 4 m di fronte mare) che dà su una cala (Cala Greca) da cui facilmente si raggiungono a nuoto altre belle cale adiacenti, purtroppo, con la scusa che la spiaggia non è loro, la direzione del campeggio non si occupa di farla ripulire al mattino da cartacce e da quant’altro nella notte il mare ha depositato, stante le sue dimensioni non sarebbe lavoro di più di dieci minuti.
Le sistemazioni disponibili nel villaggio sono:
- “dammuso”: non credeteci, non hanno niente a che vedere con i veri dammusi di Pantelleria, le pareti sono un quinto o un decimo, di conseguenza la temperatura all’interno è superiore a quella esterna;
- casette in legno marrone scuro: un poco più caldi dei “dammusi”;
- roulotte: sono vecchiotte e l’ombra non è fittissima, fate voi;
Inoltre: all’interno del “dammuso” per 3 persone che abbiamo preso noi nonostante fossimo in due (sapevamo delle dimensioni ridotte) l'armadio per i vestiti era una specie di libreria di non facile accesso, oltre a questa l'arredamento era costituito da un ripiano per la valigia, (inoltre se fossimo stati un po' in carne non saremmo passati tra la doccia e il lavabo quindi non avremmo avuto accesso al wc).
All'interno del campeggio è presente un mini-market (che dà sempre gli scontrini fiscali) con l'indispensabile e appena fuori un noleggiatore di auto, moto e quad.
Anche nel campeggio, come nel ristorante annesso, non danno ricevute fiscali: mi hanno detto che avrei dovuto passare quando ci fosse stato il direttore visto che gli altri impiegati sono autorizzati a incassare, ma non a rilasciare tali ricevute.
giovedì, settembre 04, 2008
Quanti giochi alla tivù
ci propinano il balletto
dei sondaggi altalenanti,
ci dan numeri varianti.
E la vecchia presidenza
già da mesi, sui giornali,
vien descritta dimezzata.
Come chicche alla Befana
qui si scartano le vesti
dei bambini e delle madri,
uno scandalo annunciato
vale quanto uno trovato.
Quel che sembra debolezza
da doman divien prodezza.
Questa è la democrazia?
E in Italia votano chi?
Chi di più le spara grosse
e men mostra la vergogna
del passato e del presente;
chi più mostra faccia tosta
e un sorriso accattivante.
Oh ma noi non siamo i soli,
siamo in buona compagnia.
Se facessimo una riffa?
Senza stare a perder tempo
a seguire convenzioni;
sarem forse defraudati
delle partecipazioni?
Risparmiando le elezioni
e il balletto che consegue,
quante pagine il giornale,
e poi, il telegiornale,
quanto tempo risparmiato,
quanti gli alberi graziati.
Ma dobbiam sentirci parte
della rappresentazione,
altrimenti non sta bene.
Decidon sempre gli stessi,
ma a noi tocca l'illusione,
di decider qualche cosa,
e dobbiamo essere contenti
della parte che giochiamo:
quella dei sempre più fessi.
Milano 4 Settembre 2008
lunedì, luglio 14, 2008
CREMAZIONE
vapori e cenere poi diventare,
volare in alto nel cielo grigio,
mari e montagne poter valicare
e poi, in limpide acque lontane,
le vecchie ceneri godrei gettare.
MI 12 -'75
venerdì, luglio 04, 2008
Del mar su queste rive
Del labbro faccio sponda
a questo mare quieto
e piano lo sorbisco.
Il quieto mare freme,
ai baffi sale l'onda
per questo viaggio breve.
Il profumo mi permea
di questo vino dolce,
di mandorla, di sole,
di resina, di sale,
di mirto e di sudore.
Sì mi potrei smarrire,
in perfetta letizia,
del mar su queste rive.
Milano aprile 1997
lunedì, maggio 26, 2008
Nero 8.3
venerdì, marzo 14, 2008
Finalmente finito ecco il :
di
Bernardo d’Aleppo
Tutti i diritti sono riservati
Copyright Bernardo d’Aleppo
Milano Marzo 2008
Antipasto: La serenità di Pantelleria
Sopra un terrazzo,
dei mille che a Martingana fanno scala al Libeccio,
sta una vigna antica, pure di piccole viti,
quando i chicchi sono capezzoli duri d’amore e vizzi,
ne cavo un mosto che cuocendo restringo,
indi semi pestati di senape bianca
e aceto di marsala ancora, poco, vi faccio sobbollire,
correggo di sale e spengo.
Quando tu mi dai pensieri anti del pasto,
sul crostino ti pongo: lardo salato e questa senape dolce,
tu non lo sai, ma penso a quei capezzoli di vite,
che ho avuto per le mani e ho stretti,
mentre quel miele acre mi sale le nari e il lardo si scioglie,
colgo l’agro, ma poi mi resta il dolce,
così, rasserenato, anche i tuoi umori quieto.
Primo: L’Inganno
Sbucciate le patate bollenti
Le passo e aspetto
Il tempo che dallo sfiorarti
Si passi al bacio e oltre,
Che da una carezza sul collo
Si scenda al fianco,
Si salga alla nuca,
Ci si perda tra i capelli,
Quando gli umori scesi
Si sono ormai rappresi,
E’ tempo di cominciare ancora,
Poi quando la tenerezza
Di nuovo nell’oblio sconfina
E il primo stordimento
Già svapora, ci giungo la farina
E ben la impasto,
Che tenera si fa con la purea
Questa massa tenerosa
Quanto mi aggrada,
Come il tuo sen mi cede
Quando ti prendo a pecora
E ti piloto attento tra i dirupi,
Qui franare può l’orgasmo mio,
Là forse potrebbe il tuo,
Così quando lo gnocco
Cede alla lingua sul palato,
Ripenso al nostro sesso
E se burro e tartufo
L’hanno accompagnato
Basta chiudere gli occhi
E quasi il membro cade nell’inganno.
Secondo: Il brasato
Stretto al petto l’involto, sobbalzavo,
nell’autobus, passando i dissuasori,
altri intorno a me stanchi tornavano,
Alle pantofole! imploravano gli sguardi.
Io ripassavo gli ingredienti e se li avevo,
ma il fuso elastico e sodo mi pesava,
lo poggiai al fianco e mi confusi,
la tua natica salda mi parve di toccare
e lo riposi al petto, dunque, ripresi:
per questo brasato, rivisitato alla pugliese,
ecco il guanciale, di castrato da lavoro,
le spezie c’eran tutte, anche gli aromi,
il Primitivo in luogo del Barolo…
ma, ecco il cavallo veniva dalla Puglia,
ma dall’enorme testa sembrava …
sì uno di quei giganti del Brabante,
forse meglio sarebbe una birra delle parti sue
una di quelle di lieviti selvatici o dolce…
Intanto mi era sceso l’involto al fianco
e di nuovo ero turbato da quel sentire
la tua natica soda e tenera e gommosa…
Basta! Or mi concentro e sento gli aromi
di questo brasato “in fieri”, no non ancora:
solo in programma. Eppur ecco li sento:
il garofano e la buccia dell’arancio amaro,
il ginepro e la salvia del Gargano
un pizzico di zenzero e del sedano,
carote, cipolle, scalogno e lampascione
poco prezzemolo e l’erba cipollina,
aglio ursino, una grattata d’iris (il rizoma).
No questo non c’entra, è l tuo profumo
che sempre ho nella testa e mi confonde,
ma seppure dovesse andare male,
se questo brasato dovesse mai bruciare
sarà con te una festa cenare a pane e olive
olive e pane.
Contorno: L’arcobaleno
Voglio mettere allegria su questa tavola,
vederti le rughe del sorriso
scavarsi intorno agli occhi,
così ti faccio un’insalata
di gambi di sedano e finocchi,
di carote e di sedano rapa,
di gambi di prezzemolo e lamponi,
di pomodorini secchi, pochi,
di rapanelli e di limoni dolci,
di fiori di borragine e acetosa.
Dopo lo so sarai ritrosa,
terrai la bocca chiusa, tesa,
avrai paura di mostrare cosa?
Il sorriso guarnito di colori?
Ma: Quitame el pan si quieres
quitame el aire, pero no me quites tu risa.
Tanto implorava Neruda, così fò io.
Formaggio: Crema da grissino
Voglio copiare il colore
dei tuoi capezzoli rosa,
ma, essi rosa non sono,
davvero allor mi cimento
acconcio un fondo, la biacca
sarà ricotta, non grassa,
quella, un po' granulosa,
yoghurt, per stenderla bene,
paprica dolce e piccante,
diversi i toni di rosa,
un poco di zafferano,
cumino in polvere, ora,
poi lavoro, a cucchiaio,
ecco il color mi sovviene,
l'assaggio, manca di sale
confronto l'originale,
aggiungo e aggiusto di poco,
mi pongo ancora al confronto
non son soddisfatto, cos'è?
E' un'ombra, un afrore
sottile, che dalle ascelle
travalica il deodorante,
non mi azzardo, a dir che sia.
Ne taglio appena un filetto
colo di linfa una stilla.
Ecco l'inganno è completo.
Torneremo bimbi al seno.
Milano 3 e 4 marzo 2008